venerdì 1 maggio 2015

IL GRIDO DEL FUTBOL RIBELLE: EZLN FOOTBALL CLUB

di Gianmarco Pacione (clicca qui per seguirci su Fb)



La sfera, o bola (come la chiamano da queste parti), sospira ad ogni tocco, quasi fosse una litania maledetta, dispersa nel vento mesoamericano.
Due legnetti spuntano tra l’erba calpestata: finissimi pali colorati d’una porta senza traversa. 
A battagliarsi, rincorrendo la pelota, sono corpi bardati da capo a piedi: si scorgono solo gli occhi, fari guizzanti sotto lanosi passamontagna. 

venerdì 17 aprile 2015

LA CACCIA ALLE STREGHE DI CHI HA UCCISO IL PALLONE

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)



"Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?" (Luca 6,41)


Non è il fatto di aver cercato e trovato un capro espiatorio da giustiziare sulla pubblica piazza, sulle pagine dei giornali, negli studi televisivi. Non è il fatto di aver cercato e trovato qualcuno da accusare per nascondere tutte le nefandezze che stanno, giorno per giorno, avvelenando il mondo che amiamo e di cui facciamo parte da una vita. Non è questo. 
Non è il fatto che i tifosi sono diventati l'unico indifendibile grande male del calcio, non è il fatto che chiunque è libero di attaccarci, godendo del plauso di istituzioni e pasciuti benpensanti da talk-show, non è questo. Non è questo ciò che deve farci più rabbia.

giovedì 16 aprile 2015

CRYSTAL PALACE ITALIA, QUANDO LE AQUILE DIVENTANO TRICOLORI

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Anche a Selhurst Park si parla italiano

Nella zona meridionale di Londra esiste un'isola felice. A Selhurst Park volano le aquile del Crystal Palace, spinte da un pubblico fantastico, ultimo ribelle d'un calcio sempre più simile ad una rappresentazione teatrale. Tra il rosso ed il blu, tra coreografie e tamburi, abbiamo raggiunto quest'anomalia britannica: a parlarcene è Marco Traversi, appassionatissimo punto di riferimento per tutte le Eagles italiane. A lui si deve il blog "Crystal Palace Italia", presente ed attivo anche su Fb e Twitter. Una chiacchierata a tutto tondo, tra ricordi nostalgici ed un colorato presente da scoprire.    

Allora Marco, da dove deriva quest'originale passione? In Italia non sono troppi i tifosi del Palace, cosa ti ha avvicinato a questa squadra?

Tutto è nato grazie alle prime partite di calcio internazionale trasmesse da Capodistria e Telemontecarlo, parliamo della fine degli anni ottanta, inizio dei ’90. L'imprinting, diciamo così, è stata la cavalcata del Crystal Palace nell'FA Cup 1989/90 conclusa con la finale a persa al replay contro il primo Manchester United vincente di Alex Ferguson. La simpatia per questa squadra dal nome curioso è stata immediata. Nelle stessa estate, le Eagles vennero poi a giocare il torneo Memorial Baretti, un vero must del calcio estivo dei 90s, si giocava a St.Vincent... (altro che tour in estremo oriente), contro Fiorentina e Sampdoria. Semifinale persa 2-1 contro i viola e finale terzo posto vinta ai rigori contro la Sampdoria. Il torneo lo trasmetteva la Rai, da quell'occasione decisi: "Ok, la mia squadra inglese sarà il Crystal Palace. Nella buona e nella cattiva sorte.".
Orgoglio Palace

Ad oggi, quanto è condivisa in Italia quest'appartenenza targata Palace?

Non é quantificabile, però i contatti tra posta del blog, pagina facebook e profilo twitter sono davvero tanti, anche solo per richieste di biglietti e info su come raggiungere Selhurst Park. Oltre che qualche complimento da insospettabili tifosi “vip", diciamo così.

Quali sono i momenti più belli legati alle Eagles e quali quelli peggiori?

Personalmente il momento più bello é stata la semifinale di ritorno della Championship 2013 vinta 0-2 a Brighton. Capii che si poteva fare, che a Wembley, in finale, si poteva portare a casa una promozione impensabile ad inizio stagione. 
Momenti brutti, sinceramente fatico a ricordarli, forse l'inizio di questa stagione con Warnock in panchina, a mio avviso una scelta incomprensibile. In fondo anche il momento più difficile, ovvero la salvezza in Championship nel 2010, è stato un momento esaltante. Un'eventuale retrocessione sarebbe stata la fine dell'avventura. Partita da brividi quella giocata il 2 Maggio 2010 a Hillsborough. Se avete tempo, eccola qui. Giudicate voi: https://www.youtube.com/watch?v=HFBxFkLjqpo
Dovessi ricordare una delusione cocente, dal punto di vista sportivo, sicuramente la semifinale di coppa di lega del 2012 persa ai rigori contro il Cardiff. Dopo aver eliminato il Manchester United all'Old Trafford nei quarti e la vittoria nella semifinale di andata, davvero si pensava di poter raggiungere una finale importante.
Lombardo in maglia Palace

Nel tuo legame con il Palace, chi sceglieresti come giocatori più significativi e perché?

Difficile davvero scegliere, Glenn Murray è un giocatore simbolo di questo periodo, per attaccamento alla maglia, cattiveria agonistica, impegno. In assoluto aggiungerei anche "Bald Eagle" Attilio Lombardo, arrivato nel 1997 dalla Juventus e diventato idolo di Selhurst Park. Julian Speroni non posso non aggiungerlo alla lista, ormai una decade alla difesa della porta del Crystal Palace e con gran continuità negli ultimi anni. Devo citare necessariamente Alan Pardew, l'attuale allenatore, già in campo nella mitica squadra del '90, che comprendeva giocatori del calibro di Ian Wright. Mi piaceva anche Darren Ambrose che ricordo piacevolmente per i suoi gol impossibili.

Cosa pensi del clima di Selhurst Park e del coloratissimo modo di tifare, uno stile particolare, molto differente dai canoni britannici?

In realtà è più vicino a quello che si possa credere allo stile britannico. Forse un po' più anni ’80, ma siamo assuefatti dallo stadio biblioteca ormai  in voga in gran parte delle partite di Premier.  Andate all'Emirates e credo possiate rimanere molto delusi dal clima del match.
Vero che la Holmesdale Stand, il cuore del tifo Palace é coloratissima e corredata di bandieroni e tamburi, diciamo una deriva più sudamericana, ma i cori e il tifo di tutto lo stadio sono molto inglesi.

Cosa diresti ad un italiano per farlo innamorare di questa squadra?

La prima volta che gira per Londra, lo inviterei a fare un passo a Croydon ed un passo a Selhurst Park. Non se ne pentirebbe. Innamorarsi, poi, è un'altra cosa. E' un fatto di pelle. Possibile che ti innamori della squadra avversaria, credo che comunque una piccola sana passione per un'altra realtà sportiva, al di fuori dell'orticello della Serie A, sia positiva. Fosse persino per gli odiati rivali del Brighton. 

Da quanti anni esiste la sezione italiana dei fans del Palace? Che legami avete con i tifosi d'oltremanica?

Non esiste una vera e propria sezione, dal blog é nata la pagina Facebook e il profilo Twitter, tanti contatti via mail, ma in sostanza mi occupo di tutto io, con gran piacere.

Un'aquila affranta dopo una sconfitta
Il vostro gruppo da che zone d'Italia vanta il maggior numero di adesioni?

Forse più centro-nord dovessi fare una statistica, ma mi sembra equamente distribuito, parlando sempre di contatti e non di "associati" non essendoci appunto nulla di ufficiale.

Avevamo pensato a queste domande, nel caso in cui volessi aggiungere curiosità o aneddoti particolari, ne saremmo felicissimi. Grazie ancora ed a presto! 

Aneddoti vari...Ricordo a metà dei novanta che registravo Telemontecarlo che dava a rotazione il notiziario della BBC dalle 5 alle 7 del mattino, per guardare poi i gol della Championship. 
Titolo: Seguire il calcio inglese prima di Internet. 

Ma ne avrei tanti, per adesso grazie per l'interesse e alla prossima!


giovedì 26 marzo 2015

HOYA LORCA: LA SQUADRA DEI BROCCOLI

di Gianmarco Pacione 
La rituale (ma nemmeno troppo) foto di squadra


Siamo tutti broccoli. Dovrebbe suonare così, su per giù, qualche coro lanciato nei vuoti vicoli di Lorca; magari accompagnato da un lancio di verdura, seguito dall’immediata diffida (conosciamo i tempi che corrono). 

Siamo tutti broccoli. Ridicole creature d’uno sponsor convincente e con un simpatico senso dell’umorismo. Chissà come si devono sentire tifosi e giocatori: broccoli, broccoli ovunque. Strana realtà quella del La Hoya Lorca, squadra militante in Segunda Division B spagnola (la nostra vecchia C1, per intenderci). 

Più che una realtà una chiazza, mista tra colore e verdura, costretta a presentarsi con una seconda divisa surreale. Principale colpevole è l’azienda agricola “El Nino del Campo”, specializzata nella produzione di gustosi ortaggi. Proprio Murcia, regione dov’è situata Lorca, è famosa per la verdura. 

Una cascata, una pioggia, un puzzle di broccoletti: la società si diverte nel definirsi “El bròcoli mecànico”, facendo il verso alla famosa arancia kubrickiana. Non sarà la camiseta preferita di bambini e puristi, impossibile negarlo; La Hoya, però, sta facendo proseliti in tutto il mondo, soprattutto tra i collezionisti. Ad oggi, dopo tre anni dall’esordio, la tradizione continua. E che tradizione…

martedì 17 marzo 2015

KOP: DOVE I CORPI DIVENTANO ONDE

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Fb clicca qui)



Manor Ground, 22-9-1906: la prima Kop


Esistono luoghi dove i corpi diventano onde, dove i volti paiono puntini d'un quadro divisionista. 

Kop li chiamano, o meglio, li continuano a chiamare. 

Quel termine burbero, dal suono poco elegante: involontaria onomatopea di urla e strepitii. Quelle tre lettere che ci spediscono dritti ad Anfield Road, nella zona più rossa di Liverpool. 

Spion Kop Hill, Sud Africa
Bisogna fare un passo indietro, però, per bussare alle origini della leggenda: anno 1904, un giornalista londinese divora tabacco sugli spalti del Manor Ground, casa del Woolwich Arsenal (padre degli odierni Gunners). Il cronista, seguendo l'infinita traiettoria d'uno stizzito rilancio, ferma gli occhi su un nuovo settore dello stadio. Oscillanti, sotto migliaia di gonfi cappelli, uomini d'ogni provenienza assiepano invisibili gradoni. 

Un'azione, un ululato; un fischio, una pioggia di braccia alzate. 

Impossibile non muovere la penna, impossibile non pensare ad un giusto paragone per quello scroscio di piccoli occhi brillanti. Un monte d'emozioni in continua ebollizione, sempre più teso alla ricerca delle nuvole.  

L'intuizione arriva un'istante dopo, osservando quegli stessi corpi contorcersi, quasi coreograficamente, dopo una rete subita. 

Kop di Anfield, 1970

"La Spion Kop Hill, ecco a cosa somiglia". Un viaggio di migliaia di chilometri, fino in terra sudafricana: là, su quell'esotica collina, dove il verde si era tinto di rosso appena sei anni prima. Stavano a terra corpi e corpi di britannici, trucidati dall'esiguo esercito boero. 

Strana associazione tra dolore e magia; tra un colosso naturale, immutabile, ed un puzzle umano, assemblato minuziosamente. 

Denominatore comune è la sofferenza: orgasmica, tremenda, dolce, amara sofferenza. 

Dal giovane Arsenal ad un Anfield in costruzione, dal 1904 al 1906. 

"Questo enorme settore, simile ad un muro, deve essere chiamato Spion Kop". Tuona così, nelle colonne del Liverpool Echo, il giornalista Ernest Edwards. Usando un'espressione non originale, già, ma molto significativa per tutti i Reds: la maggior parte del sangue versato nella Seconda Guerra Boera, difatti, era di giovani fratelli ed amici, figli del Merseyside. 

Dopo l'ufficializzazione del nome, nel 1928 (anno in cui venne costruito il tetto), la Spion Kop dei liverpudlians divenne simbolo dei grandi giganti che, inevitabilmente, finirono per incorniciare l'età dorata del football. 

L'Aston Villa gioca, Holte End assiste 
Holte End di Villa Park, con i suoi 30mila ed oltre posti disponibili, appare ancora oggi, nelle mitiche foto, una sorta di scogliera granitica. A picco sul prato verde, con tutti quei corpi arrampicati uno sull'altro, privi di vertigini ed identità. 

Appaiato, per vastità ed intensità canora, il South Bank del Molineux, casa dei lupi di Wolverhampton. Una lunga salita vestita d'arancio, pronta a confondersi con il sole, specialmente nei nebbiosi fine settimana delle West Midlands. 

Viene poi Sheffield, con la Spion Kop di Hillsborough ed il suo strano destino. A metà degli anni '80, il settore più caldo degli Owls, vantava 22mila spazi a disposizione ed un tetto sopra la testa: cifra tale da premiarla curva coperta più grande d'Europa. Una sterminata gittata di cemento, in febbricitante attesa d'essere riempita da impazienti calpestii. 

Il 15 aprile '89, però, quei passi diventarono troppi e troppo pesanti. Tanto pesanti da lasciarsi alle spalle 96 morti e 766 feriti. Da questo lutto l'origine, o la fine, a seconda dei punti di vista, delle nuove Kop: messe in sicurezza, con soli posti a sedere e con pesanti riduzioni alle capacità contenitive. 

Eppure l'anima Kop non è svanita in quell'89: resiste, ostinatamente, ancora oggi. La si vede, la si percepisce, tra quei corpi che seduti proprio non ci riescono a stare, tra quelle mani che ruotano creando i gesti più offensivi e canzonatori, tra quegli occhi che, come cento e più anni fa, brillano emozionati alla vista del dio futbol. 

Hillsborough e la Kop, quando ancora era scoperta


  

lunedì 16 marzo 2015

APOLOGIA DI UN FETICISMO: LE RETI DELLE PORTE DA CALCIO

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI


So per certo che esistiamo. Da Nord a Sud, ad ogni latitudine, ad ogni longitudine. Ovunque. Una specie di congregazione su scala mondiale, senza statuto, senza organigramma, senza ruoli o interessi. Egualitarismo allo stato puro, con sfumature che coprono tutto lo spettro della luce, tutti uguali e ognuno diverso dall'altro. Feticisti. Siamo feticisti da una vita, ma una specie di feticisti impossibile da imbrigliare in qualche categoria da sito porno. Noi siamo i feticisti del dettaglio estremo, ultimo, marginale eppure così concreto, reale, inesorabile. Da chi segue il calcio professionistico fino all'ultimo patito del Subbuteo.

Palla nel sacco al Louis II di Monaco.
Ossessionati dalle reti di una porta quasi quanto dalle gambe delle donne. Perché un gol è bello per davvero se e solo se la palla si insacca come vogliamo noi. Da bambino i gol dell'Arsenal e dell'Ajax erano sempre i più belli. Ed il motivo è semplice: ad Highbury e all'Amsterdam ArenA c'erano le reti più belle del mondo. Tese, eleganti, esaltanti. Con i paletti di sostegno pronti a far impennare i tiri rasoterra. Un orgasmo infinitesimale che valeva tutta l'attesa di una settimana. E poi quando i microfoni riuscivano anche a cogliere i rumori... ah, quella sì che era libido.

Una porta inglese. 
In Italia abbiamo avuto per molti anni reti molli e spente che ricordavano lenzuola appese ad asciugare. Esistevano comunque le piacevoli eccezioni: il Delle Alpi e Udine, ad esempio, che a lungo ha ricordato il modello tedesco. Perché di modelli, come in una scienza, è giusto parlare. 
Le reti delle porte da calcio sono un fatto di cultura nazionale: l'eleganza inglese, la pittoresca passione per i colori delle squadre francesi, la rigida durezza delle porte della Bundesliga, talmente tirate e fitte che parevano gabbie d'acciaio. E della Spagna è il caso almeno di citare l'esempio di Saragozza: reti così lunghe e profonde che per toccarle con la palla dovevi per forza tirare una cannonata. Iniziavano a La Romareda e finivano a Pamplona. Un vezzo latino col suo perché.

La Romareda.
A me che uno stadio sia bello e funzionale al business che circonda il mondo del calcio non frega un cazzo. La muffa e il grigio rendono certi luoghi oasi magiche entro cui respirare l'odore del passato. Non mi interessano luccichii e ristoranti, cheerleader e Ligabue dagli altoparlanti durante il riscaldamento. Voglio soltanto perdermi nella confusa dinamica d'un gol, in attesa del momento in cui la palla abbraccia il sacco. Sono un feticista delle reti, declinazione dell'amore per l'estetica del gioco. Che, per gente come noi, sta nelle cose a margine, quelle che non attirano soldi e sponsor, ma ti fanno semplicemente stare bene. Senza una spiegazione logica.

giovedì 12 marzo 2015

LA BESTEMMIA RUSSA DI ALEKSANDR KOKORIN

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Fb clicca qui)

L'edicola di "San" Diego: tra le reliquie un capello ed un santino autografato

Dovrebbe fare due passi, Aleksandr Kokorin, nel centro di Napoli. Dovrebbe accarezzare, con le sue Nike fluorescenti, le pietre di Piazzetta Nilo: quel lembo magico che Maurizio De Giovanni, nella sua anatomica topografia, definisce “il cuore di Napoli”. 

Proprio lì, a pochi guizzi dialettali di distanza, s’innalzerebbe davanti ai suoi occhi un’edicola votiva. 
Qualche tratto azzurro, un santino incorniciato ed una reliquia, intima e carica di suggestione: il capello di Diego Armando Maradona. 

Chissà, Aleksandr Kokorin ripenserebbe alle sue parole. “Maradona, non sapevo avesse giocato qui a Napoli”. Si renderebbe conto della disastrosa uscita, di quella frase letale, velenosa, proferita quasi per scherzo nella sala stampa del San Paolo: là, nel tempio di cui Diego possiede le chiavi. 

Maradona al Luzhniki di Mosca, 1990
Magari, il ventitreenne attaccante russo s’informerebbe riguardo quel ricciolo sudamericano, con il 10 dipinto nel mancino. Perché non può essere una scusa la tardiva nascita, quell’aprire gli occhi il 19 marzo 1991, appena due giorni dopo l’ultima partita del Pibe de Oro nel nostro Stivale. 

Forse, qualche stizzito Gennaro di passaggio, gli racconterebbe anche della volta in cui Dieghito aveva raggiunto Mosca, a bordo d’un aereo privato pagato dal patron Ferlaino, per il solo gusto di visitare la Piazza Rossa. Succedeva 23 anni fa, quando Kokorin emetteva il suo primo vagito, quando Diego non riusciva a distinguere la malinconica polvere bianca dalla fredda neve russa. 

Chissà, magari, forse. 

Il Gennaro di passaggio sta aspettando un giovane russo. Di lui dicono assomigli a Justin Bieber, guidi auto da Fast and Furious e si faccia foto con spogliarelliste. Stasera vorrebbe zittire il San Paolo segnando per la sua Dinamo Mosca.

“Maradona, non sapevo avesse giocato qui”, piangerà sangue, oggi, l’edicola di Piazzetta Nilo: a Napoli non si parlerà di miracolo, ma di blasfemia.

Kokorin abbracciato a spogliarelliste connazionali