giovedì 15 ottobre 2015

LAMPI NELLA NOTTE: ALBINO UNITED FC

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

L'Albino United durante un allenamento

"Vorremmo solo provare che gli albini sono umani come tutti gli altri"


Difficile essere lampi nella notte, difficile essere abbaglianti umani nel cuore dell'Africa nera, nerissima. Quando un lampo incide l'oscurità, si sa, l'intensa luce dura brevemente prima d'essere di nuovo inghiottita; lo stesso vale per gli albini subsahariani: vittime sacrificali, con il tempo contato, d'occulte tenebre.

Il capitano Mohamed Kassim
Nascere albino in Tanzania equivale ad essere un'eccezione su 1429 (cifra record in tutto il globo). Nascere albino in Tanzania equivale ad essere, irrimediabilmente, un maledetto.

Fisicamente l'assenza totale, o parziale, di melanina obbliga gli albini ad una saltuaria esposizione al sole, per evitare tumori della pelle e bruciature; a questo enorme disagio vanno aggiunti gravi problemi degli occhi, relativi alla depigmentazione dell'iride.

Il vero incubo di questi ragazzi, però, è distante anni luce dai gestibili problemi anatomici. Lo si trova disperso nel polveroso confine tra sociologia e religione: annidato in secoli di tradizioni magiche ed ancestrali credenze.

Per gli "mgangi", sciamani dell'Africa Orientale, gli albini sarebbero difatti incarnazioni degli spiriti immortali "zeru-zeru": corpi naturali con poteri soprannaturali, insomma. Membra pregiate che, diventate reliquie, sarebbero in grado di regalare soldi, benessere e bellezza a chiunque le possieda. Da decadi continua così una sanguinosa caccia cromatica, al solo fine d'ottenere parti del corpo d'un albino, per poi creare amuleti e pozioni esoteriche.


"Hanno trucidato una bambina di 4 anni la scorsa notte, giocheremo anche per lei"


Succede ogni giorno, forse anche in questo preciso istante. Ricchi tanzaniani assoldano sicari, capaci d'amputare o uccidere in brevissimo tempo albini di qualsiasi età.
6mila sterline per la pelle, 65mila per gli organi interni, 130mila per un corpo intero: cifre da capogiro per un Paese in cui il 60% della popolazione vive con poco più d'una sterlina al giorno.

Amuleti albini dei "mgangi"
La risposta della comunità albina è il grido senza voce tipico dei perseguitati, scandito da fughe, nascondigli e segretezza. Un silenzioso tabù, spezzato da una sfera che ha iniziato, solitaria, a rimbalzare.

Creato nel 2008 grazie alla visionaria intuizione di Oscar Haule, businessman (non albino) della metropoli Dar es Salaam, l'Albino United fc rappresenta una speranza sociale per affrontare ed eliminare questa cruenta discriminazione.
Il progetto umanitario ha rapidamente girato il globo, sensibilizzando popoli attraverso l'illimitata potenza comunicativa del futbol.

I ragazzi di Haule si allenano la sera, al crepuscolo, evitando d'essere bersagliati dai raggi africani. Negl'introvabili video che li ritraggono sembrano fantasmi con gli occhi socchiusi, sforzati, alla disperata ricerca visiva del pallone; spettri sorridenti, intenti a fluttuare su scarpe scalcinate o su chiari piedi nudi. 

Riscaldamento prepartita

"Hai fischiato il rigore solo perchè siamo albini"


Per capire le radicate credenze tanzaniane, basta passare in rassegna i volti degli spettatori di fronte a questa squadra unica: piogge di prese in giro, insulti e risate sono il normale trattamento durante una partita di Third Division tanzaniana.
Arbitri in cattiva fede ed avversari straniti si aggiungono ed accumulano gara dopo gara.

Per gli undici ragazzi dalla pelle lucente la vera partita è proprio questa: "Vincere gare per sconfiggere i pregiudizi -dice capitan Kassin-, da quando gioco con questi ragazzi mi sento molto più sicuro". Un messaggio di speranza in ogni cancha sabbiosa della Tanzania.

La strada è lunga, costellata di difficoltà, ma ogni calcio dell'Albino United fc rappresenta un passo avanti; ogni gol un lampo nella notte.

Una rete che si gonfia, una mente che si libera, l'oscurità che s'illumina.
Dale Albino United!



















mercoledì 7 ottobre 2015

DOVE SIETE FINITI, SCARPINI NERI?

di Gianmarco Pacione (pe seguirci su fb clicca qui)

Boot room dell'Arsenal, Higbury, 1955

Sono passato dal solito campo di periferia, qualche ciuffo d'erba spuntava dal granitico terriccio ambrato. Adolescenti senza regole ondeggiavano a suon di stop sbagliati e sgroppate scomposte: tutti, e dico tutti, sfoggiavano scarpe coloratissime. Allora sì, un po' tra lo stizzito ed il nostalgico mi sono chiesto: "ma che fine hanno fatto gli scarpini neri?".

Alan Ball al Charity Shield
Computer acceso, viaggio nel tempo. 

8 agosto 1970, il Charity Shield tra Everton e Chelsea vede sgommare sul prato verde le prime scarpe bianche della storia: sono quelle di Alan Ball, stella della mitica nazionale inglese del '66.
A griffarle, sorprendentemente, è la Hummel: brand quasi sconosciuto nel Regno Unito. La geniale trovata del marchio tedesco risalta su tutte le televisioni del Paese e la Hummel, (in)capace l'anno precedente di vendere la pochezza di 5mila paia di scarpini, finisce per vederne prenotate 12mila solo la seguente mattinata
Cifre da record, maturate grazie ad un leggendario espediente: "Non avevamo scarpe che andassero bene ad Alan -hanno rivelato poi i sorridenti vertici dell'azienda-, per questo abbiamo preso le Adidas che usava per giocare normalmente: Dio solo sa per quanto tempo le abbiamo pitturate di bianco. Una volta finito abbiamo aggiunto il nostro marchio, lavorando ore ed ore per camuffarlo alla perfezione. Le scarpe, poi, sono arrivate in treno ad Alan pochissimi minuti prima del fischio d'inizio". 


L'apparente svolta epocale sembra così assumere i tratti dell'epidemia. 
Molti altri cavalcano la moda delle scarpe all white nei "nevosi" anni '70, tra questi spiccano due scozzesi: Willie Morgan (Man Utd) ed il folletto Jimmy "Jinky" Johnstone (Celtic). 
Le scarpe rosse di George

Più complessa invece la situazione di Alan Hinton, all'epoca titolare del miracoloso Derby County di Brian Clough. "Appena raggiunto il faraonico accordo con la Hummel ho pensato che Clough mi avrebbe crocifisso, era normale aspettarselo, lui odiava quel tipo di cazzate. Poco prima mi aveva obbligato a tagliare tutti i capelli: sosteneva assomigliassi ad una donna". Clough sorprendentemente non vieta la novità ad Hinton; si sforza di chiudere un occhio, con ogni probabilità a causa del rapporto speciale che lega i due: "Fuori dal campo -spiegava Hinton ai tabloid di quei tempi- dirigo la distribuzione di capi d'abbigliamento. Il mister è un patito dei pullover che tratto, probabilmente è per questo che ogni tanto mi concede degli strappi alle regole". 

Dal bianco al rosso, dai Rams ai Gunners: è Charlie George il pioniere delle fiamme ai piedi, allacciate in tutta la loro arrogante focosità nella finale FA Cup del 1972. 

Come un breve ma intenso movimento artistico, però, le scarpe colorate toccano la vetta più alta di popolarità per poi rotolare nell'oblio. Perdono fascino stagione dopo stagione, finendo nel dimenticatoio lungo tutta la durata dei bui anni '80 e trascinando nel baratro la Hummel stessa. Un'epurazione conservatrice durata una sola decade: elegante ritorno a quelle origini dipinte dal semplice nero o, al massimo, dal rispettoso marrone. 

Ma i baldanzosi anni '90, quelli degli eccessi, sono alle porte; si fiondano sui campi nuove icone del football cromaticamente sfacciato: su tutti Marco Simone e Martin Keown, principali esponenti della seconda generazione di futbolisti colorati. 
La giostra multicolor riparte vorticosa e non si ferma più.

Sekerlioglou e le sue scarpe
Le origini dei primi scarpini luminosi, tuttavia, hanno l'intenso profumo d'una fiaba misteriosa. Serve difatti un imponente lavoro filologico per scovare l'articolo del Sunday Times, scritto nell'ormai lontano Novembre 1996.
Archie MacGregor, inviato nella foschia di Dundee, appunta: "Quando Attila Sekerlioglou, centrocampista del St Johnstone, ha deciso di fare a meno delle sue notorie scarpe gialle fluorescenti, è sembrato ovvio che il pomeriggio sarebbe stato cupo". 
Di Sekerlioglou si sa ben poco: austriaco d'origini turche, per molti anni cardine dell'Austria Vienna e, oggi, scout del Bayern Monaco. Il resto è materiale per cultori ed indovini. 

Computer spento, ritorno al presente. 

Penso ai ragazzini con le scarpe colorate e me li immagino sul divano, domenica scorsa, assorti nella crudele mattanza di Milan-Napoli: a San Siro nessun giocatore calzava scarpe completamente nere. Nessuno, portieri compresi. 
L'ultimo Mondiale solo 12 giocatori su 352 hanno deciso di non colorarsi arlecchinamente i piedi. 

Una tendenza inarrestabile, aiutata dall'alta definizione e dal divismo mediatico. 

C'è chi, da feticista dell'ultima ora, conosce ogni modello a memoria: nome, materiale, cuciture; c'è chi rimpiange la Pantofola D'Oro e continua, ostinatamente, a cercarla in tutti i negozi della sua città; c'è chi sta nel mezzo e semplicemente se ne frega, "tanto, basta che abbiano i tacchetti". 

Bale con delle innovative Adidas
Personalmente rimpiango i tempi in cui le scarpe definivano un giocatore, lo facevano insultare dal pubblico a suon di "checca, che cos'hai ai piedi?!"; tempi in cui Dinho era il solo Re Mida a colare oro sulla sfera; tempi che ci hanno condotti all'inevitabile e disperata "originalità seriale" del giorno d'oggi: dove tutti, per distinguersi, si ritrovano ad essere uguali agli altri. 

Una riflessione senza santi o imputati, senza proposte o soluzioni, forse completamente fine a sé stessa. 

In fondo, guardando dei ragazzi giocare sul solito campo di periferia, la mente può fare strani viaggi e pretendere di rendere filosofico un mondo incorniciato da battimani e gol.

Per cui comprate le scarpe che volete, giovani futbolisti, ma prima fatemi un piacere: imparate a stoppare quel dannato pallone.
Questo potete farlo anche a piedi nudi, non vi preoccupate.









martedì 1 settembre 2015

FOOTBALL VIAGGIATORE: UN LIVORNESE A DERRY.

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

Alessandro con sciarpa e maglia del Derry City FC

Da Livorno a Derry, passando per un’adolescenza che sento tanto, troppo mia: troppo nostra. 

La scappatella estiva di Alessandro Colombini mi ha prima fatto sorridere superficialmente, lo ammetto: “Dall’Italia all’Irlanda del Nord per Football Manager” titolava uno sbigottito Mirror pochi giorni fa, tuonando curiosità in mezzo all’usuale tormenta d’avariato calciomercato.

5mila chilometri per conoscere i propri beniamini da tastiera, quegli eroi raccolti dai bassifondi di Prima Divisione irlandese e portati ai vertici del mondo fanta-manageriale: impresa titanica e squilibrata.  

Maglia regalata dal Derry FC
Fine delle risate, momento di riflessione. Derry City FC, Derry, ma perché proprio Derry? L’unica nozione storica, impigliata in qualche neurone datato, mi rimanda al Bloody Sunday del 1972: nulla di più distante da Football Manager e da uno sbarbato 19enne livornese. Equazione apparentemente irrisolvibile, eppure Facebook allarga le braccia e mi viene incontro dopo una manciata di digitazioni. 

Non servono nemmeno le presentazioni di rito. Io ed Alessandro, in fondo, già ci conosciamo, anzi, Alessandro conosce già tutti noi. Discutiamo di fùtbol di provincia, del calcio sociologico, del pallone che dipinge società e cultura, che illumina case e vie. Alessandro è uno dei nostri e, come tale, a Derry non c’è finito per un’esotica scelta da pc: ce lo spiega affrescando la sua giovane eppure profonda cultura calcistica, lo fa seduto sul nostro divano immaginario, incorniciato da usurati gagliardetti appesi al muro. 


Identifichiamoti subito, manco fossimo un biglietto nominale: nome, cognome, cap, occupazione…

“Mi chiamo Alessandro Colombini, 19 anni da Livorno (e fin qui sembra Uomini e Donne). Ho appena finito un liceo classico (tesina sul goal di Jurgen Sparwasser in Germania Ovest 0-1 Germania Est) e il prossimo anno inizia la vita da pendolare per andare a studiare storia all'Università di Pisa.”

I pilastri portanti del tuo football? 

“Tifo Livorno dopo una defiance giovanile che mi ha portato ad appassionarmi alla Fiorentina: ora sono guarito. Giocatore del cuore Federico Dionisi, commovente. Ho una forte simpatia anche per il Nottingham Forest.”

Federico Dionisi, per davvero, qui a Parterre siamo emozionati. Parlaci dei tuoi primi passi nel tempio sacro del dio fùtbol.  

“Ho deciso di appassionarmi ad un certo tipo di calcio quando fin da piccolo sentivo un conflitto interno. Tutto è partito come se fosse una sfida personale: ritengo me stesso una persona e una personalità molto critica, nella maggioranza dei casi sono “fuori” e “contro” le passioni che coinvolgono ed incendiano le grandi masse. 
Questo mio folle amore per il calcio non me lo riuscivo proprio a spiegare. 
Se da un lato impazzivo vedendo Francesco Toldo, primo grande amore calcistico, che volava a togliere il pallone dall'incrocio dei pali, dall'altro non sapevo proprio come difendermi da quelli che mi accusavano di “farmi distrarre dai veri problemi”, di “regalare soldi a ragazzi viziati ricchi oltre ogni limite della decenza umana” e di “essere complice di un sistema corrotto e marcio”. 
Non sapevo come difendermi perché sapevo che avevano ragione, però non se ne parlava neanche di rinunciare a Toldo. 
La soluzione fu semplice: prendere le distanze da quel calcio pur continuando ad amarlo. 
Da quel momento iniziò un valzer tra uomini meravigliosi e pazzi scatenati, tutti avevano in comune tre cose: uno, non mi distraevano dai veri problemi (anzi, nella maggior parte dei casi li combattevano anche loro), due, non erano ragazzi viziati e ricchi oltre ogni limite della decenza umana e tre, non mi rendevano parte di un sistema corrotto e marcio.
Il Brandywell Stadium di Derry (scatto di Alessandro)
Da lì ho iniziato a scrivere collaborando con un sacco di siti, fino ad arrivare ad aprire un mio blog: "Minuto Settantotto", che si rifà al minuto nel quale Sparwasser umiliò la Germania Ovest. Ovvero, il minuto in cui il comunismo vinse sul capitalismo.”

Un percorso netto nel nostro universo, impreziosito dalla ricercata chicca della trasferta nordirlandese: abbiamo capito, ormai, che non può trattarsi solo di Football Manager…

“No, per niente. Il contesto irlandese è una tematica che mi ha sempre appassionato, sia sul fronte Belfast (Sands) che Derry (Bloody Sunday). Grazie a dei contatti su Facebook ho scoperto questo folle squadra che è il Derry City e, prima me ne sono innamorato dal punto di vista politico-ideologico, poi da quello calcistico grazie a Football Manager.”

Equazione risolta, con inaspettato successo, aggiungerei. Chapeau: altroché malato di calcio da tastiera…Ora, svelato il mistero, raccontaci: questo viaggio com’è stato? 

“Forse deluderò i milioni di groupies maschi che mi idolatrano dopo la vicenda: NON sono andato in Irlanda solo per l'autografo, è scontato ma in molti siti non è riportata per bene la vicenda e questo aspetto non è sottolineato. Siamo partiti in 4 con una prima tappa a Dublino (4 giorni), poi Derry (3 giorni) e poi Belfast (2 giorni). Ho chiesto gentilmente ai miei amici di includere nel viaggio anche una capatina a Derry per vedere la partita. Poi il fatto che ci siamo trovati davanti una città meravigliosa è un altro paio di maniche.”

Città meravigliosa o febbre acuta da football nordirlandese?

La firma di McEleney
“Un po’ entrambe: grazie a delle conoscenze ci hanno fatto da Cicerone dei ragazzi del posto (principalmente Shaun e Caolan) per il primo giorno e il secondo siamo andati alla partita tutti insieme. L'atmosfera a livello di tifo è stata un pochino deludente, lo ammetto, ma sicuramente era dovuto agli scarsi risultati della squadra in campionato e in quella partita (0-0 contro l'ultima in classifica; il Derry era penultimo, ora è risalito), infatti l'unico coro era un invito all'esimio allenatore di levarsi dal cazzo il prima possibile. Dopo la partita grazie ad uno di questi ragazzi siamo riusciti ad entrare nello spazio subito fuori lo spogliatoio incontrando così i giocatori che ci hanno gentilmente autografato di tutto e regalato due magliette da allenamento. Erano tutti un po’ sbigottiti, specie McEleney quando ha firmato i suoi dati di FM…”

Ed in cantiere, oltre alla tappa di Derry c’è anche qualcos’altro. Qualcosa di molto, molto interessante. 

“Si chiamerà "Strikers" e verrà pubblicato da Urbone Publishing verso inizio gennaio (speriamo di farcela per Natale!). Il titolo è emblematico dato che strikers rimanda ovviamente all'aspetto calcistico ("attaccante") ma anche agli hunger strikers, uno dei più celebri Bobby Sands. Sarà un libro che parla a 360 gradi dello stretto legame tra politica, calcio e religione in Irlanda del nord passando dal pullman del Ballymena bruciato dai tifosi del Derry al Belfast Celtic, la migliore squadra che non avete mai visto giocare, dal Bloody Sunday alle minacce di morte dell'IRA a George Best.”



Noi di Parterre saremo senza dubbio tra i primi ad ordinarlo, le premesse sono delle più promettenti. Bravo Alessandro, veramente, e grazie per aver condiviso e giustificato la tua finta follia estiva. Un autoritratto ironico e mai banale: come il fùtbol che piace a noi. 



sabato 29 agosto 2015

CAPITANO CRIMINALE: STORIA DI ALEXANDRE VILLAPLANE

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)



“Voglio tutto. Mi prendo ogni cosa”. Dev’essere stato un pensiero ricorrente nella vita di Alexandre Villaplane. Uno di quei pensieri che ti tormentano già di primo mattino, quando non sai se la tua giornata è appena iniziata o sta soltanto finendo. E tutto è ciò che ha avuto: vorticosamente, rapidamente. Una vita in burrasca, nel periodo della storia recente più rocambolesco, spinoso e tragico.

mercoledì 19 agosto 2015

INCUBI E DEMONI D'UN TULIPANO: MEMPHIS DEPAY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

"DREAM CHASER" tatuato sul petto: il "cacciatore di sogni".

Yard dopo yard, metro dopo metro. Memphis Depay pare un running-back catapultato ai bordi dell’Old Trafford: sommerso da bicipiti scoppiettanti, spinto in ogni breve cambio direzionale da gambe che straripano. Una potenza muscolare da football a stelle e strisce (quello con il pallone ovale ed i caschi, tanto per intenderci), evidenziata dalle scorrerie palla al piede: passo breve, passo breve, esplosione ed allungo, fuga, touchdown, bazooka, rete. 

Un legame, quello di Depay con l’universo sportivo americano, che non si limita alle caratteristiche fisiche: il background del talento olandese ricalca difatti le sinistre storie adolescenziali di tanti, tantissimi atleti statunitensi. 

Memphis Depay in maglia United
“Vorrei che tutti mi chiamassero Memphis, semplicemente Memphis.” 

La scritta sulla maglia è chiara: “MEMPHIS”, nient’altro che il nome. Non si tratta d’un classico, gioioso epiteto di scuola brasiliana, tantomeno d’un vezzo estetico. Il motivo è ben diverso. Memphis rigetta morbosamente il suo cognome da oltre 15 anni: da quando Dennis, il padre naturale, ghanese itinerante, ha abbandonato figlio e moglie (olandese pura) nelle profonde viscere della periferia di Moordrecht. 

“Quella persona non merita che il suo cognome stia qui, sulle mie spalle.”

Memphis, ad appena 4 anni, vede la madre accasarsi con un altro uomo: un patrigno ai limiti della leggenda (dicono “vanti” la cifra record di 15 figli). Memphis coltiva rabbia e tensione adolescenziale, disperso in un fatiscente palazzo-alveare tra liti furibonde e violenze domestiche. 

Memphis e sua madre oggi
“Non voglio descrivere ciò che è successo dentro quella casa, non voglio che la gente sia dispiaciuta per me. A quei tempi ho dovuto semplicemente sopravvivere; potrei parlare di abusi fisici, ma non lo farò.”

Passa poco tempo ed anche il patrigno saluta Memphis senza voltarsi: pare abbia vinto qualche milione alla lotteria olandese (poteva inventarsi qualcosa di più originale, direte voi). Memphis, privato ancora d’una figura maschile, si rifugia tra le braccia di nonno Kees, che per primo lo spinge verso il voetbol. Ma la ruota non gira, anzi, gira sempre più al contrario: i tentacoli della periferia sembrano incontrollabili. 

“Ho fatto cose che non si dovrebbero mai fare, credevo fosse tutto uno scherzo, ma era molto di più. Ad un certo punto ho iniziato a riflettere, pensavo: se mi arrestano con il calcio è finita.

Allo Sparta Rotterdam scorna con diversi allenatori giovanili, corre furente in spogliatoio dopo una sostituzione di troppo, manda a quel paese per ogni piccola incomprensione: il ragazzo è ribelle, è maleducato, lo pensano tutti. Le seconde possibilità diventano terze, quarte, quinte…Memphis è insostenibile, la dirigenza vorrebbe allontanarlo. 

Origlia alla porta il PSV e ne approfitta immediatamente: quelle sgasate palla al piede sono ipnotici assoli muscolari, sono Robben nel corpo d’un rottweiler, sono il futuro della società di Eindhoven.    

Il calcio ad Eindhoven come il football a Dallas, come il basket a Los Angeles, come il baseball a Saint Louis: via d’uscita purificatrice, appiglio per abbandonare e demolire qualsiasi influenza del ghetto. 

Memphis pensa alla pelota, solo alla pelota, aiutato da un mentore personale e da una famiglia locale che lo adotta completamente. Grazie a loro, nel 2009, riesce anche a superare la morte dell’amato nonno. 

Depay e Van Gaal
Yard dopo yard, metro dopo metro, Memphis raggiunge la prima squadra con la stessa rapidità d’un running-back, schivando placcaggi e tackle, mettendo la freccia nell’Eredivisie fino all’arancio intenso della camiseta nazionale. In Louis Van Gaal trova il padre che ha sempre desiderato, un mister fiducioso, innamorato. Il vulcano Memphis erutta nel mondiale brasiliano, appena ventenne, per poi attraversare la Manica proprio insieme a Van Gaal, unendosi quest’estate ai Diavoli Rossi. 

Dei suoi drammi adolescenziali, oggi, oltre al nome sulla maglia sono rimasti altri segni visibili: i tatuaggi, copiosa flora d’inchiostro sparsa per tutto il corpo, tra cui spiccano devote iscrizioni in onore del nonno; l’odio per il padre, con cui non vuole addolcire i rapporti; i pochi amici

“Un tempo andavo in giro per le discoteche con tantissimi amici o presunti tali. La mia “barca” era piena di gente che non apprezzava piccoli gesti, dava tutto per scontato. Quelli non erano veri amici. Oggi la “barca” è più leggera, naviga tranquilla.” 

Memphis ha completato la maturazione spalla a spalla con Van Gaal, a Manchester ha un life coach personale, pronto ad intervenire per esorcizzare i demoni del passato; si rilassa a casa con il cane e gioca a poker con pochi fidati, vergognandosi d’un video rap girato qualche tempo addietro: la quiete dopo la tempesta, verrebbe da dire. 

Lontano, però, si sentono ancora dei tuoni, rimbombano nel nuvoloso sottofondo. 
Toccano note cupe, impossibili da zittire. 

Alla BBC è arrivata una richiesta, firmata Memphis, appena dopo la partita di mercoledì: “Vi pregherei di chiamarmi Memphis, semplicemente Memphis. Grazie.”

In fondo non esiste modo per cancellare il passato. 


domenica 2 agosto 2015

LA TRAGEDIA DEL PUMA NERO CHE DISSE D'ESSERE GAY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

Fashanu ai tempi di Norwich


1967, le tende di pizzo d’ogni finestra di Shophram, scheggia abitativa del Norfolk, sono tirate. 
Signore locali portano avidamente alle labbra il tè, sparse dietro ogni vetro d’un ansiogeno quartiere a luci bianche. Osservano due ragazzini, spaesati, in strada. 

“Corri Emily, guarda quelli!” 

Per la prima volta Shophram ha due abitanti di colore: sono Justin e John Fashanu, 6 e 5 anni, piovuti come marziani tra le braccia di paffuti ed ordinari genitori adottivi. 
Il loro padre naturale, avvocato nigeriano, era evaporato, facendo ritorno nell’amata Mama Africa prima ancora di sentirli parlare; la madre, infermiera guyanese, non poteva sostenere l’impegno d’un doppio futuro. 

Così eccoli, Justin e John, dispersi nella tipica campagna britannica bianca e conservatrice. 
Il fratellino reagisce male al cataclisma: smette di parlare, si spiega a gesti, Justin è l’unico a capirlo, a tradurre quei pensieri forse troppo profondi per essere sospirati. 

I fratelli Fashanu da giovani
Dovevamo scegliere se affogare o nuotare. Abbiamo scelto di nuotare.

Nello tsunami della crisi d’identità a nuotare meglio è Justin, capace d’eccellere in qualsiasi attività sportiva: boxe, basket, tennis, atletica, football.

Il Norwich, immediatamente, allunga i secolari tentacoli sul puma nero di Shophram, lo accudisce e, appena 18enne, lo fa esordire tra i professionisti. Strana dissonanza calcistica, un puma tra i canarini. 

In tre stagioni segna 40 reti in 103 gare, è una forza della natura. Carrow Road ama l’esotico predatore d’area, lo venera. Justin si sente una divinità, un’eroe, ha il mondo ai suoi piedi.

Ma John? Il fratellino che faticava a spiegarsi? Arranca nell’indifferenza generale, comincia ad invidiare il fratello maggiore.   

Appena la fama ha aperto, anzi, ha spalancato violentemente le porte a Justin, il nostro rapporto è completamente cambiato. Varie squadre mi rifiutavano, non ritenevano fossi abbastanza forte, continuavano a paragonarci tutti. A casa, poi, lui non faceva che insultarmi: non mi prestava una singola sterlina, dovevo raccattare gli spiccioli dalle tasche delle sue giacche. Una volta, finita la  mia gara con la squadra riserve del Norwich, mi fermai a firmare qualche autografo: lui mi si affiancò, prese la penna e la gettò. <Per firmare autografi devi guadagnartelo, non puoi firmarli solo perché sei mio fratello> mi disse.

Un rapido, pericolosissimo distacco dalla realtà: tipica sindrome da giovane calciatore arricchito.  

Il vero spartiacque, però, arriva nel febbraio 1980. I Reds di Liverpool fanno visita al Norwich e Fashanu cristallizza il tempo: spalle alla porta, alza a mezz’aria il pallone con l’esterno destro, vira rapidissimo e batte di volée con il collo mancino dai 25 metri. È il gol dell’anno. 


Brian Clough, vulcanico e leggendario manager, ha visto abbastanza: lo vuole a Nottingham, nel meraviglioso Forest europeo. Per averlo non bada a spese, sborsando 1 milione di sterline.

Fashanu è il primo calciatore britannico, di colore, pagato 6 zeri. 

Justin vede la luce ed inizia ad affogare. Inconsapevolmente, la sua vita comincia a sgretolarsi. Guida una fuoriserie, regalata, con cui bacia ogni muro di Nottingham schiantandosi di continuo. Spende notti e notti nei club cittadini. Compra vestiti da migliaia di dollari. In campo Ie porte sono stregate: salvataggi sulla linea, stop sbagliati, errori grossolani. Il passaggio dall’amorevole e protettiva gente di Norwich, all’esigente pubblico del City Ground è devastante. 

Il puma, in pochi istanti, si tramuta in ombra. Un’ombra perseguitata. 

In maglia Forest
Viene accusato di frequentare locali gay, tutti i tabloid si scagliano contro di lui. 
Brian Clough, sommerso dal ruvido ed omofobico vociare, non dà scampo a Justin: inizia a braccarlo, a ridicolizzarlo, a farlo disperare. Non può esistere un giocatore gay, non deve esistere, specialmente nel Forest dei miracoli. 

Fashanu, vieni qui, nel mio ufficio. Rispondimi. Dove vai se vuoi una pagnotta? Direi da un fornaio, mister. E se vuoi un cosciotto d’agnello? Da un macellaio, immagino. Allora spiegami perchè cazzo continui ad andare in quel locale per froci?

Justin finisce ai cugini del County, prelevato con appena 150mila sterline. Attraversa la città bramando una rivincita, trova improvvisamente coraggio nella fede e nella preghiera, ma il periodo d’apparente serenità dura meno di tre, mediocri, stagioni. Le luci, poi, si spengono. 

Nell’85 si sposta a Brighton, nella terra dei gabbiani, ma dimentica di portare con sé il ginocchio destro. Spende tutti i soldi in terapie, gira il mondo cercando qualcuno che possa curare la dolorosissima infiammazione, ma non c’è verso. Non riesce più a giocare. 

Il puma nero diventa zoppo ed errante, migra oltreoceano giocando poche, pochissime partite. Probabilmente ha il tempo di riflettere, di comprendere e metabolizzare la sua vera identità.

“Sono omosessuale, lo sono sempre stato e, come me, lo sono tanti altri giocatori. Non posso tenerlo nascosto ancora.”

È  il 1990. Justin alza la cornetta e chiama il Sun liberandosi d’ogni fardello. Il mondo calcistico inglese impazzisce, va in cortocircuito. Un’esplosione di terrore pervade la Gran Bretagna sportiva: anche il football, il puro football, quello dei mediani pelosi e delle risse nelle terraces è “contagiato”.  

John, il fratellino che ai tempi di Shophram aveva difficoltà a farsi capire, tuona: “Essere nero ed avere problemi finanziari non è abbastanza. Essere nero, avere problemi, ed essere gay: è Natale!”. Non crede alle parole di Justin, è sicuro voglia solo un po’ di pubblicità, un po’ di quella vecchia, introvabile fama. Pensa lo faccia per soldi, non smetterà mai di supporlo. 

John, intanto, non deve più rubare soldi dai cappotti, gioca al Wimbledon ed è diventato un attaccante di successo (in Italia lo ricorderanno in tanti per le apparizioni in “Mai dire gol”). 
Se sto avendo successo è solo perché ho sempre osservato Justin, dicendomi che non avrei mai commesso tutti i suoi errori” ammette in una velenosa intervista. 

Dov’è il pudding in famiglia di Shophram? Dov’è il pubblico esultante di Carrow Road? Dove sono tutti, Justin?

Dopo aver fatto outing, l’ex attaccante da un milione di dollari viene divorato dai media e dalla casta calcistica, diventando definitivamente un emarginato, un rinnegato. Viene accusato di voler vendere notizie false, di fare nomi insensati. Continua ad errare, sempre più zoppo e deriso, concludendo la carriera in Nuova Zelanda, con la maglia dei Miramar Rangers. I Miramar Rangers, già. È il 1997. 

Un anno dopo, Justin è uno sconosciuto allenatore d’una sconosciuta squadra giovanile dello sperduto Maryland. Viene accusato di stupro da un suo giovane giocatore:Abbiamo fumato e bevuto insieme, poi mi ha obbligato a fare del sesso orale.”.

Per capire la gravità della situazione, in Maryland, a quei tempi, la fellatio era illegale anche tra marito e moglie. 

Il puma nero da un milione di sterline è in gabbia, riesce a fuggire in un monastero inglese. Si rifugia lontano da riflettori e polizia. Prova a contattare i vecchi amici, svaniti insieme al lusso. Prova a chiamare John, il fratellino che solo lui riusciva a capire: nessuna risposta. 

Abbandona il monastero, solo, giungendo nell’East End londinese. Fa tappa in una sauna omosessuale, poi forza la serratura d’un garage, prende una corda e se l’annoda al collo. Dà un’ultimo calcio, la sedia cade. È la sera del 2 maggio 1998, l’ultima per Justin Fashanu

Di fianco al suo corpo gli agenti trovano una lettera: “Ciò che è successo con il ragazzo è stato totalmente consensuale. Sono fuggito dall’Inghilterra per come mi ha trattato la gente dopo ciò che ho detto. Non voglio imbarazzare ulteriormente la mia famiglia. Spero che qualcuno lassù mi accolga: troverò la pace che non ho avuto in vita.”

Oggi Justin Fashanu è ritenuto una leggenda dal mondo omosessuale. A detta di The Pink Paper, è 99esimo nella classifica dei 500 eroi gay nella storia. 

Oggi John Fashanu è un commentatore televisivo. Secondo il Times è 22esimo nella classifica dei 50 giocatori peggiori della Premier League. 

mercoledì 6 maggio 2015

STORIA D'UN LOTTATORE DI SUMO DAI PIEDI FATATI: STEVE MCNULTY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)


"Sumo" con i colori del Luton Town 

“Another pint, please…” 

Puoi vederlo seduto, ogni sera, con le maniche della camicia arrotolate disordinatamente. I pub sono sempre gli stessi: il Bricklayers Arms ed il White House

Gomiti appoggiati al bancone, denti leggermente ingialliti e schiuma sparsa sulle labbra. 

Steve McNulty parla di calcio, scolandosi l’ennesima lager, attorniato da decine d’ammaliati ascoltatori.