domenica 2 agosto 2015

LA TRAGEDIA DEL PUMA NERO CHE DISSE D'ESSERE GAY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

Fashanu ai tempi di Norwich


1967, le tende di pizzo d’ogni finestra di Shophram, scheggia abitativa del Norfolk, sono tirate. 
Signore locali portano avidamente alle labbra il tè, sparse dietro ogni vetro d’un ansiogeno quartiere a luci bianche. Osservano due ragazzini, spaesati, in strada. 

“Corri Emily, guarda quelli!” 

Per la prima volta Shophram ha due abitanti di colore: sono Justin e John Fashanu, 6 e 5 anni, piovuti come marziani tra le braccia di paffuti ed ordinari genitori adottivi. 
Il loro padre naturale, avvocato nigeriano, era evaporato, facendo ritorno nell’amata Mama Africa prima ancora di sentirli parlare; la madre, infermiera guyanese, non poteva sostenere l’impegno d’un doppio futuro. 

Così eccoli, Justin e John, dispersi nella tipica campagna britannica bianca e conservatrice. 
Il fratellino reagisce male al cataclisma: smette di parlare, si spiega a gesti, Justin è l’unico a capirlo, a tradurre quei pensieri forse troppo profondi per essere sospirati. 

I fratelli Fashanu da giovani
Dovevamo scegliere se affogare o nuotare. Abbiamo scelto di nuotare.

Nello tsunami della crisi d’identità a nuotare meglio è Justin, capace d’eccellere in qualsiasi attività sportiva: boxe, basket, tennis, atletica, football.

Il Norwich, immediatamente, allunga i secolari tentacoli sul puma nero di Shophram, lo accudisce e, appena 18enne, lo fa esordire tra i professionisti. Strana dissonanza calcistica, un puma tra i canarini. 

In tre stagioni segna 40 reti in 103 gare, è una forza della natura. Carrow Road ama l’esotico predatore d’area, lo venera. Justin si sente una divinità, un’eroe, ha il mondo ai suoi piedi.

Ma John? Il fratellino che faticava a spiegarsi? Arranca nell’indifferenza generale, comincia ad invidiare il fratello maggiore.   

Appena la fama ha aperto, anzi, ha spalancato violentemente le porte a Justin, il nostro rapporto è completamente cambiato. Varie squadre mi rifiutavano, non ritenevano fossi abbastanza forte, continuavano a paragonarci tutti. A casa, poi, lui non faceva che insultarmi: non mi prestava una singola sterlina, dovevo raccattare gli spiccioli dalle tasche delle sue giacche. Una volta, finita la  mia gara con la squadra riserve del Norwich, mi fermai a firmare qualche autografo: lui mi si affiancò, prese la penna e la gettò. <Per firmare autografi devi guadagnartelo, non puoi firmarli solo perché sei mio fratello> mi disse.

Un rapido, pericolosissimo distacco dalla realtà: tipica sindrome da giovane calciatore arricchito.  

Il vero spartiacque, però, arriva nel febbraio 1980. I Reds di Liverpool fanno visita al Norwich e Fashanu cristallizza il tempo: spalle alla porta, alza a mezz’aria il pallone con l’esterno destro, vira rapidissimo e batte di volée con il collo mancino dai 25 metri. È il gol dell’anno. 


Brian Clough, vulcanico e leggendario manager, ha visto abbastanza: lo vuole a Nottingham, nel meraviglioso Forest europeo. Per averlo non bada a spese, sborsando 1 milione di sterline.

Fashanu è il primo calciatore britannico, di colore, pagato 6 zeri. 

Justin vede la luce ed inizia ad affogare. Inconsapevolmente, la sua vita comincia a sgretolarsi. Guida una fuoriserie, regalata, con cui bacia ogni muro di Nottingham schiantandosi di continuo. Spende notti e notti nei club cittadini. Compra vestiti da migliaia di dollari. In campo Ie porte sono stregate: salvataggi sulla linea, stop sbagliati, errori grossolani. Il passaggio dall’amorevole e protettiva gente di Norwich, all’esigente pubblico del City Ground è devastante. 

Il puma, in pochi istanti, si tramuta in ombra. Un’ombra perseguitata. 

In maglia Forest
Viene accusato di frequentare locali gay, tutti i tabloid si scagliano contro di lui. 
Brian Clough, sommerso dal ruvido ed omofobico vociare, non dà scampo a Justin: inizia a braccarlo, a ridicolizzarlo, a farlo disperare. Non può esistere un giocatore gay, non deve esistere, specialmente nel Forest dei miracoli. 

Fashanu, vieni qui, nel mio ufficio. Rispondimi. Dove vai se vuoi una pagnotta? Direi da un fornaio, mister. E se vuoi un cosciotto d’agnello? Da un macellaio, immagino. Allora spiegami perchè cazzo continui ad andare in quel locale per froci?

Justin finisce ai cugini del County, prelevato con appena 150mila sterline. Attraversa la città bramando una rivincita, trova improvvisamente coraggio nella fede e nella preghiera, ma il periodo d’apparente serenità dura meno di tre, mediocri, stagioni. Le luci, poi, si spengono. 

Nell’85 si sposta a Brighton, nella terra dei gabbiani, ma dimentica di portare con sé il ginocchio destro. Spende tutti i soldi in terapie, gira il mondo cercando qualcuno che possa curare la dolorosissima infiammazione, ma non c’è verso. Non riesce più a giocare. 

Il puma nero diventa zoppo ed errante, migra oltreoceano giocando poche, pochissime partite. Probabilmente ha il tempo di riflettere, di comprendere e metabolizzare la sua vera identità.

“Sono omosessuale, lo sono sempre stato e, come me, lo sono tanti altri giocatori. Non posso tenerlo nascosto ancora.”

È  il 1990. Justin alza la cornetta e chiama il Sun liberandosi d’ogni fardello. Il mondo calcistico inglese impazzisce, va in cortocircuito. Un’esplosione di terrore pervade la Gran Bretagna sportiva: anche il football, il puro football, quello dei mediani pelosi e delle risse nelle terraces è “contagiato”.  

John, il fratellino che ai tempi di Shophram aveva difficoltà a farsi capire, tuona: “Essere nero ed avere problemi finanziari non è abbastanza. Essere nero, avere problemi, ed essere gay: è Natale!”. Non crede alle parole di Justin, è sicuro voglia solo un po’ di pubblicità, un po’ di quella vecchia, introvabile fama. Pensa lo faccia per soldi, non smetterà mai di supporlo. 

John, intanto, non deve più rubare soldi dai cappotti, gioca al Wimbledon ed è diventato un attaccante di successo (in Italia lo ricorderanno in tanti per le apparizioni in “Mai dire gol”). 
Se sto avendo successo è solo perché ho sempre osservato Justin, dicendomi che non avrei mai commesso tutti i suoi errori” ammette in una velenosa intervista. 

Dov’è il pudding in famiglia di Shophram? Dov’è il pubblico esultante di Carrow Road? Dove sono tutti, Justin?

Dopo aver fatto outing, l’ex attaccante da un milione di dollari viene divorato dai media e dalla casta calcistica, diventando definitivamente un emarginato, un rinnegato. Viene accusato di voler vendere notizie false, di fare nomi insensati. Continua ad errare, sempre più zoppo e deriso, concludendo la carriera in Nuova Zelanda, con la maglia dei Miramar Rangers. I Miramar Rangers, già. È il 1997. 

Un anno dopo, Justin è uno sconosciuto allenatore d’una sconosciuta squadra giovanile dello sperduto Maryland. Viene accusato di stupro da un suo giovane giocatore:Abbiamo fumato e bevuto insieme, poi mi ha obbligato a fare del sesso orale.”.

Per capire la gravità della situazione, in Maryland, a quei tempi, la fellatio era illegale anche tra marito e moglie. 

Il puma nero da un milione di sterline è in gabbia, riesce a fuggire in un monastero inglese. Si rifugia lontano da riflettori e polizia. Prova a contattare i vecchi amici, svaniti insieme al lusso. Prova a chiamare John, il fratellino che solo lui riusciva a capire: nessuna risposta. 

Abbandona il monastero, solo, giungendo nell’East End londinese. Fa tappa in una sauna omosessuale, poi forza la serratura d’un garage, prende una corda e se l’annoda al collo. Dà un’ultimo calcio, la sedia cade. È la sera del 2 maggio 1998, l’ultima per Justin Fashanu

Di fianco al suo corpo gli agenti trovano una lettera: “Ciò che è successo con il ragazzo è stato totalmente consensuale. Sono fuggito dall’Inghilterra per come mi ha trattato la gente dopo ciò che ho detto. Non voglio imbarazzare ulteriormente la mia famiglia. Spero che qualcuno lassù mi accolga: troverò la pace che non ho avuto in vita.”

Oggi Justin Fashanu è ritenuto una leggenda dal mondo omosessuale. A detta di The Pink Paper, è 99esimo nella classifica dei 500 eroi gay nella storia. 

Oggi John Fashanu è un commentatore televisivo. Secondo il Times è 22esimo nella classifica dei 50 giocatori peggiori della Premier League. 

mercoledì 6 maggio 2015

STORIA D'UN LOTTATORE DI SUMO DAI PIEDI FATATI: STEVE MCNULTY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)


"Sumo" con i colori del Luton Town 

“Another pint, please…” 

Puoi vederlo seduto, ogni sera, con le maniche della camicia arrotolate disordinatamente. I pub sono sempre gli stessi: il Bricklayers Arms ed il White House

Gomiti appoggiati al bancone, denti leggermente ingialliti e schiuma sparsa sulle labbra. 

Steve McNulty parla di calcio, scolandosi l’ennesima lager, attorniato da decine d’ammaliati ascoltatori. 

venerdì 1 maggio 2015

IL GRIDO DEL FUTBOL RIBELLE: EZLN FOOTBALL CLUB

di Gianmarco Pacione (clicca qui per seguirci su Fb)



La sfera, o bola (come la chiamano da queste parti), sospira ad ogni tocco, quasi fosse una litania maledetta, dispersa nel vento mesoamericano.
Due legnetti spuntano tra l’erba calpestata: finissimi pali colorati d’una porta senza traversa. 
A battagliarsi, rincorrendo la pelota, sono corpi bardati da capo a piedi: si scorgono solo gli occhi, fari guizzanti sotto lanosi passamontagna. 

venerdì 17 aprile 2015

LA CACCIA ALLE STREGHE DI CHI HA UCCISO IL PALLONE

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)



"Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?" (Luca 6,41)


Non è il fatto di aver cercato e trovato un capro espiatorio da giustiziare sulla pubblica piazza, sulle pagine dei giornali, negli studi televisivi. Non è il fatto di aver cercato e trovato qualcuno da accusare per nascondere tutte le nefandezze che stanno, giorno per giorno, avvelenando il mondo che amiamo e di cui facciamo parte da una vita. Non è questo. 
Non è il fatto che i tifosi sono diventati l'unico indifendibile grande male del calcio, non è il fatto che chiunque è libero di attaccarci, godendo del plauso di istituzioni e pasciuti benpensanti da talk-show, non è questo. Non è questo ciò che deve farci più rabbia.

giovedì 16 aprile 2015

CRYSTAL PALACE ITALIA, QUANDO LE AQUILE DIVENTANO TRICOLORI

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Anche a Selhurst Park si parla italiano

Nella zona meridionale di Londra esiste un'isola felice. A Selhurst Park volano le aquile del Crystal Palace, spinte da un pubblico fantastico, ultimo ribelle d'un calcio sempre più simile ad una rappresentazione teatrale. Tra il rosso ed il blu, tra coreografie e tamburi, abbiamo raggiunto quest'anomalia britannica: a parlarcene è Marco Traversi, appassionatissimo punto di riferimento per tutte le Eagles italiane. A lui si deve il blog "Crystal Palace Italia", presente ed attivo anche su Fb e Twitter. Una chiacchierata a tutto tondo, tra ricordi nostalgici ed un colorato presente da scoprire.    

Allora Marco, da dove deriva quest'originale passione? In Italia non sono troppi i tifosi del Palace, cosa ti ha avvicinato a questa squadra?

Tutto è nato grazie alle prime partite di calcio internazionale trasmesse da Capodistria e Telemontecarlo, parliamo della fine degli anni ottanta, inizio dei ’90. L'imprinting, diciamo così, è stata la cavalcata del Crystal Palace nell'FA Cup 1989/90 conclusa con la finale a persa al replay contro il primo Manchester United vincente di Alex Ferguson. La simpatia per questa squadra dal nome curioso è stata immediata. Nelle stessa estate, le Eagles vennero poi a giocare il torneo Memorial Baretti, un vero must del calcio estivo dei 90s, si giocava a St.Vincent... (altro che tour in estremo oriente), contro Fiorentina e Sampdoria. Semifinale persa 2-1 contro i viola e finale terzo posto vinta ai rigori contro la Sampdoria. Il torneo lo trasmetteva la Rai, da quell'occasione decisi: "Ok, la mia squadra inglese sarà il Crystal Palace. Nella buona e nella cattiva sorte.".
Orgoglio Palace

Ad oggi, quanto è condivisa in Italia quest'appartenenza targata Palace?

Non é quantificabile, però i contatti tra posta del blog, pagina facebook e profilo twitter sono davvero tanti, anche solo per richieste di biglietti e info su come raggiungere Selhurst Park. Oltre che qualche complimento da insospettabili tifosi “vip", diciamo così.

Quali sono i momenti più belli legati alle Eagles e quali quelli peggiori?

Personalmente il momento più bello é stata la semifinale di ritorno della Championship 2013 vinta 0-2 a Brighton. Capii che si poteva fare, che a Wembley, in finale, si poteva portare a casa una promozione impensabile ad inizio stagione. 
Momenti brutti, sinceramente fatico a ricordarli, forse l'inizio di questa stagione con Warnock in panchina, a mio avviso una scelta incomprensibile. In fondo anche il momento più difficile, ovvero la salvezza in Championship nel 2010, è stato un momento esaltante. Un'eventuale retrocessione sarebbe stata la fine dell'avventura. Partita da brividi quella giocata il 2 Maggio 2010 a Hillsborough. Se avete tempo, eccola qui. Giudicate voi: https://www.youtube.com/watch?v=HFBxFkLjqpo
Dovessi ricordare una delusione cocente, dal punto di vista sportivo, sicuramente la semifinale di coppa di lega del 2012 persa ai rigori contro il Cardiff. Dopo aver eliminato il Manchester United all'Old Trafford nei quarti e la vittoria nella semifinale di andata, davvero si pensava di poter raggiungere una finale importante.
Lombardo in maglia Palace

Nel tuo legame con il Palace, chi sceglieresti come giocatori più significativi e perché?

Difficile davvero scegliere, Glenn Murray è un giocatore simbolo di questo periodo, per attaccamento alla maglia, cattiveria agonistica, impegno. In assoluto aggiungerei anche "Bald Eagle" Attilio Lombardo, arrivato nel 1997 dalla Juventus e diventato idolo di Selhurst Park. Julian Speroni non posso non aggiungerlo alla lista, ormai una decade alla difesa della porta del Crystal Palace e con gran continuità negli ultimi anni. Devo citare necessariamente Alan Pardew, l'attuale allenatore, già in campo nella mitica squadra del '90, che comprendeva giocatori del calibro di Ian Wright. Mi piaceva anche Darren Ambrose che ricordo piacevolmente per i suoi gol impossibili.

Cosa pensi del clima di Selhurst Park e del coloratissimo modo di tifare, uno stile particolare, molto differente dai canoni britannici?

In realtà è più vicino a quello che si possa credere allo stile britannico. Forse un po' più anni ’80, ma siamo assuefatti dallo stadio biblioteca ormai  in voga in gran parte delle partite di Premier.  Andate all'Emirates e credo possiate rimanere molto delusi dal clima del match.
Vero che la Holmesdale Stand, il cuore del tifo Palace é coloratissima e corredata di bandieroni e tamburi, diciamo una deriva più sudamericana, ma i cori e il tifo di tutto lo stadio sono molto inglesi.

Cosa diresti ad un italiano per farlo innamorare di questa squadra?

La prima volta che gira per Londra, lo inviterei a fare un passo a Croydon ed un passo a Selhurst Park. Non se ne pentirebbe. Innamorarsi, poi, è un'altra cosa. E' un fatto di pelle. Possibile che ti innamori della squadra avversaria, credo che comunque una piccola sana passione per un'altra realtà sportiva, al di fuori dell'orticello della Serie A, sia positiva. Fosse persino per gli odiati rivali del Brighton. 

Da quanti anni esiste la sezione italiana dei fans del Palace? Che legami avete con i tifosi d'oltremanica?

Non esiste una vera e propria sezione, dal blog é nata la pagina Facebook e il profilo Twitter, tanti contatti via mail, ma in sostanza mi occupo di tutto io, con gran piacere.

Un'aquila affranta dopo una sconfitta
Il vostro gruppo da che zone d'Italia vanta il maggior numero di adesioni?

Forse più centro-nord dovessi fare una statistica, ma mi sembra equamente distribuito, parlando sempre di contatti e non di "associati" non essendoci appunto nulla di ufficiale.

Avevamo pensato a queste domande, nel caso in cui volessi aggiungere curiosità o aneddoti particolari, ne saremmo felicissimi. Grazie ancora ed a presto! 

Aneddoti vari...Ricordo a metà dei novanta che registravo Telemontecarlo che dava a rotazione il notiziario della BBC dalle 5 alle 7 del mattino, per guardare poi i gol della Championship. 
Titolo: Seguire il calcio inglese prima di Internet. 

Ma ne avrei tanti, per adesso grazie per l'interesse e alla prossima!


giovedì 26 marzo 2015

HOYA LORCA: LA SQUADRA DEI BROCCOLI

di Gianmarco Pacione 
La rituale (ma nemmeno troppo) foto di squadra


Siamo tutti broccoli. Dovrebbe suonare così, su per giù, qualche coro lanciato nei vuoti vicoli di Lorca; magari accompagnato da un lancio di verdura, seguito dall’immediata diffida (conosciamo i tempi che corrono). 

Siamo tutti broccoli. Ridicole creature d’uno sponsor convincente e con un simpatico senso dell’umorismo. Chissà come si devono sentire tifosi e giocatori: broccoli, broccoli ovunque. Strana realtà quella del La Hoya Lorca, squadra militante in Segunda Division B spagnola (la nostra vecchia C1, per intenderci). 

Più che una realtà una chiazza, mista tra colore e verdura, costretta a presentarsi con una seconda divisa surreale. Principale colpevole è l’azienda agricola “El Nino del Campo”, specializzata nella produzione di gustosi ortaggi. Proprio Murcia, regione dov’è situata Lorca, è famosa per la verdura. 

Una cascata, una pioggia, un puzzle di broccoletti: la società si diverte nel definirsi “El bròcoli mecànico”, facendo il verso alla famosa arancia kubrickiana. Non sarà la camiseta preferita di bambini e puristi, impossibile negarlo; La Hoya, però, sta facendo proseliti in tutto il mondo, soprattutto tra i collezionisti. Ad oggi, dopo tre anni dall’esordio, la tradizione continua. E che tradizione…

martedì 17 marzo 2015

KOP: DOVE I CORPI DIVENTANO ONDE

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Fb clicca qui)



Manor Ground, 22-9-1906: la prima Kop


Esistono luoghi dove i corpi diventano onde, dove i volti paiono puntini d'un quadro divisionista. 

Kop li chiamano, o meglio, li continuano a chiamare. 

Quel termine burbero, dal suono poco elegante: involontaria onomatopea di urla e strepitii. Quelle tre lettere che ci spediscono dritti ad Anfield Road, nella zona più rossa di Liverpool. 

Spion Kop Hill, Sud Africa
Bisogna fare un passo indietro, però, per bussare alle origini della leggenda: anno 1904, un giornalista londinese divora tabacco sugli spalti del Manor Ground, casa del Woolwich Arsenal (padre degli odierni Gunners). Il cronista, seguendo l'infinita traiettoria d'uno stizzito rilancio, ferma gli occhi su un nuovo settore dello stadio. Oscillanti, sotto migliaia di gonfi cappelli, uomini d'ogni provenienza assiepano invisibili gradoni. 

Un'azione, un ululato; un fischio, una pioggia di braccia alzate. 

Impossibile non muovere la penna, impossibile non pensare ad un giusto paragone per quello scroscio di piccoli occhi brillanti. Un monte d'emozioni in continua ebollizione, sempre più teso alla ricerca delle nuvole.  

L'intuizione arriva un'istante dopo, osservando quegli stessi corpi contorcersi, quasi coreograficamente, dopo una rete subita. 

Kop di Anfield, 1970

"La Spion Kop Hill, ecco a cosa somiglia". Un viaggio di migliaia di chilometri, fino in terra sudafricana: là, su quell'esotica collina, dove il verde si era tinto di rosso appena sei anni prima. Stavano a terra corpi e corpi di britannici, trucidati dall'esiguo esercito boero. 

Strana associazione tra dolore e magia; tra un colosso naturale, immutabile, ed un puzzle umano, assemblato minuziosamente. 

Denominatore comune è la sofferenza: orgasmica, tremenda, dolce, amara sofferenza. 

Dal giovane Arsenal ad un Anfield in costruzione, dal 1904 al 1906. 

"Questo enorme settore, simile ad un muro, deve essere chiamato Spion Kop". Tuona così, nelle colonne del Liverpool Echo, il giornalista Ernest Edwards. Usando un'espressione non originale, già, ma molto significativa per tutti i Reds: la maggior parte del sangue versato nella Seconda Guerra Boera, difatti, era di giovani fratelli ed amici, figli del Merseyside. 

Dopo l'ufficializzazione del nome, nel 1928 (anno in cui venne costruito il tetto), la Spion Kop dei liverpudlians divenne simbolo dei grandi giganti che, inevitabilmente, finirono per incorniciare l'età dorata del football. 

L'Aston Villa gioca, Holte End assiste 
Holte End di Villa Park, con i suoi 30mila ed oltre posti disponibili, appare ancora oggi, nelle mitiche foto, una sorta di scogliera granitica. A picco sul prato verde, con tutti quei corpi arrampicati uno sull'altro, privi di vertigini ed identità. 

Appaiato, per vastità ed intensità canora, il South Bank del Molineux, casa dei lupi di Wolverhampton. Una lunga salita vestita d'arancio, pronta a confondersi con il sole, specialmente nei nebbiosi fine settimana delle West Midlands. 

Viene poi Sheffield, con la Spion Kop di Hillsborough ed il suo strano destino. A metà degli anni '80, il settore più caldo degli Owls, vantava 22mila spazi a disposizione ed un tetto sopra la testa: cifra tale da premiarla curva coperta più grande d'Europa. Una sterminata gittata di cemento, in febbricitante attesa d'essere riempita da impazienti calpestii. 

Il 15 aprile '89, però, quei passi diventarono troppi e troppo pesanti. Tanto pesanti da lasciarsi alle spalle 96 morti e 766 feriti. Da questo lutto l'origine, o la fine, a seconda dei punti di vista, delle nuove Kop: messe in sicurezza, con soli posti a sedere e con pesanti riduzioni alle capacità contenitive. 

Eppure l'anima Kop non è svanita in quell'89: resiste, ostinatamente, ancora oggi. La si vede, la si percepisce, tra quei corpi che seduti proprio non ci riescono a stare, tra quelle mani che ruotano creando i gesti più offensivi e canzonatori, tra quegli occhi che, come cento e più anni fa, brillano emozionati alla vista del dio futbol. 

Hillsborough e la Kop, quando ancora era scoperta