martedì 2 febbraio 2016

UN TUFFO A GOODISON PARK: SPEEDO MICK

di Redazione (per seguirci su fb clicca qui)

Speedo Mick sullo sfondo dopo un gol dei toffees

"Ma chi è quel pazzo in costume?". Da qualche tempo a Goodison Park un uomo sfida freddo, sguardi meravigliati e convenzioni sociali. Lo fa consapevole, fiero: vuole sensibilizzare e ricavare soldi da donare in beneficenza. Michael Cullen è un supereroe degli spalti, un Toffee che rapidamente si sta contornando d'aura leggendaria. Noi di Parterre l'abbiamo contattato incuriositi. Una serie di domande per sapere qualcosa di più su Speedo Mick, per conoscere meglio quell'uomo in costume che esulta ad ogni rete di Lukaku. 

Buonasera Mister Cullen... o Speedo Mick. Fa freddo lì? Qui ci sono cinque gradi e per uscire a portare fuori la spazzatura dobbiamo vestirci come orsi. Non ci sentiamo affatto uomini: intervistarla, a dirla tutta, è abbastanza imbarazzante. 

"Let's kick cancer into touch"
In Italia pensiamo al calcio inglese come un mondo ancora puro, magico, appassionante. Ma la realtà pare un po' diversa: gli stadi somigliano ormai sempre più a teatri, per esempio. Forse è per questo che potremmo definirti il giullare ribelle del calcio inglese. La definizione calza?

Sono un ribelle ma ho una causa. Ed è combattere il cancro. E ovviamente andare a vedere il mio amato Everton! Siamo dell'Everton, non siamo teatrali ma passionali. Viviamo per il sabato pomeriggio e ci occupiamo l'uno dell'altro nella nostra comunità. Non siamo affatto ricchi, ma non siamo secondi a nessuno quando si tratta di darci una mano o di supportare qualcuno in modo tale che quello/a non lo scordi mai.

Hai cominciato tutto questo dopo aver attraversato il Canale della Manica a nuoto. Ti spingerai verso nuove avventure? Cosa dovremmo aspettarci da te, d'ora in avanti? 

Ho iniziato a indossare i miei Speedo già dalla scorsa stagione. Li ho indossati anche in Svizzera contro lo Young Boys e a Kiev contro la Dinamo; credetemi, lì faceva davvero freddo (ed è stato piuttosto imbarazzante). Faccio tutti i 90 minuti, in casa e trasferta, con i miei occhialini e la mia cuffia, lo farò fino all'ultimo minuto della stagione per raccogliere fondi per il Woodlands Hospice. Finora ho raccolto 15mila Sterline, soldi che mi sono stati donati dai tifosi di tutto il Paese ma non solo: mi hanno aiutato anche tifosi italiani, americani, australiani e canadesi. Devo soprattutto congratularmi e ringraziare i tifosi dell'Everton che hanno continuato a supportare la mia causa ogni singola settimana.

Scarpe, costume, sciarpa e cuffia...
Per ora la sfida è di indossare il mio costume fino alla fine della stagione, poi vorrei diventare il primo uomo della storia ad andare ad una finale di coppa a Wembley con occhialini e cuffia: purtroppo quest'anno tutto è sfumato dopo la sconfitta per 3-1 contro il City, ma credetemi, succederà. Dopo il termine della stagione, poi, spero di riuscire ad attraversare i Pirenei. In costume, ovviamente.


Speedo Mick hai trovato lungo il tuo cammino qualche groupie sugli spalti? O è sempre stata una questione di mal di pancia e gelo?

No, niente groupie (ride). Ma ho migliaia di fan dell'Everton e di altre squadre in tutto il paese. E sì, si gela sempre. L'unica cosa che mi scalda sono i gol dei Toffees.

Non ti chiederemo se "ne vale la pena" perché sappiamo che stai facendo tutto questo per beneficenza e ciò è veramente lodevole ma... te lo sei mai chiesto, lungo quegli interminabili gelidi minuti con soltanto il tuo Speedo addosso?


Non ho mai avuto dubbi su quel che stessi facendo. A parte quando abbiamo giocato col City l'altra sera (ndr: partita di Capital One Cup) quando faceva davvero freddo e mi sono chiesto che diavolo avessi in testa, ma finché lo pensavo un ragazzino è venuto da me e mi ha dato 5 sterline dicendomi "Questo è da parte di mio nonno. Non sta benissimo, anche lui ha il cancro ma mi ha detto di ringraziarti e di portarti il messaggio e questa piccola donazione". Ed ecco perché guardo le partita in costume. Quindi sì, ne vale decisamente la pena.

Mad Clive del Bournemouth si è già unito alla causa di Mick
Le nostre madri ci dicono sempre di indossare le ciabatte quando andiamo in piscina, ormai è una tradizione. Tu le indossi? E' piuttosto importante... ad un sacco di persone interesserà al termine di questa intervista.

Certo! Indosso sempre le ciabatte in piscina. Potete stare tranquilli! (Ride ancora)


Ti chiediamo una cosa importante, Michael: la birra facilita la resistenza?

Non bevo birra, sono solamente un folle. Sono un malato di tè! In inglese "tea-total".

Ti aspetti qualcosa dalla società, a fine stagione? Magari biglietti gratis, gadget, sponsorizzazioni, un incontro con la squadra o... una gara di nuoto con qualcuno? 

Non mi aspetto nulla dalla società, è soltanto qualcosa che faccio perché mi piace nonostante il gran freddo. Sono in lizza per diventare "tifoso dell'anno", ma sono certo che ci sono tifosi dell'Everton più meritevoli di questo riconoscimento. Se dovessi esprimere un desiderio, vorrei una foto con tutti i giocatori dell'Everton. In costume, cuffia e occhialini. Diventerebbe una foto immortale!


Parlando di calcio, qual è il tuo giocatore preferito nella storia Toffee?

Il mio giocatore preferito quando ero ragazzino era Mick Lyons: fece il suo debutto contro il Forest nel 1971 e diventò poi un eroe nella storia del club. Un difensore incredibile, veniva sempre spedito in avanti negli ultimi minuti quando la squadra era alla ricerca di un gol. Ecco come ha fatto a segnare 59 gol nelle sue 473 presenze con l'Everton, gran parte delle quali giocate con la fascia da capitano. Una volta disse che avrebbe corso attraverso un muro di mattoni per l'Everton. Quelle parole descrissero perfettamente l'attitudine di un giocatore che fu esemplare, leggendario. Lasciò Goodison Park nel 1982. E' stato poi nominato come "Everton Giant" alla decima edizione degli "End of Season Awards" organizzati dalla società, nel maggio 2015.

Te la senti di promettere qualcosa nel caso l'Everton si qualificasse per le coppe europee? Immagina, sorteggi di Europa League. Gruppo G: Everton, Helsinki, Rosenborg, Wolfsburg. Brrrr.

Prego e spero di riuscire ad arrivare in Europa l'anno prossimo. La squadra c'è, ma i risultati mancano. Se vincessimo la Capital One Cup continuerò a viaggiare in giro per l'Europa assieme ai nostri fantastici tifosi. Wolsfburg o Helsinki? Non importa, sarò là a tremare! So che potreste definirmi pazzo, ma si vive una volta sola, quindi divertiamoci e facciamo sorridere chi ne ha bisogno.

Vorremmo aiutarti nella tua ammirevole iniziativa. Dì ai nostri lettori come fare, e speriamo tutti quanti che presto avrai nuovi sostenitori direttamente dal nostro Paese. Anche perché pure qui è pieno di matti dal cuore d'oro: cooperazione internazionale, ecco come si chiama.

Visitate www.justgiving.com>SpeedoMick. Ecco come potete aiutarmi, anche con una minima donazione. Grazie Italia, grazie Parterre!

Grazie per il tuo tempo, Speedo Mick. Speriamo di vederti presto su e giù dal paese. E ci auguriamo che sia un inverno veloce: sei pazzo, e ci piace.



venerdì 15 gennaio 2016

AVELLINO-SALERNITANA, ALLEGORIA D'UN DERBY INFUOCATO

di Gianmarco Pacione (clicca qui per seguirci su Fb)

Mi hanno chiesto cosa simboleggi il derby campano tra verdi e granata, tra lupi ed ippocampi

"Scrivi su Parterre, o come si chiama, no? Non parlate di calcio, lì? Qualcosa saprai dirmi...". 

Disorientato ho provato a rispondere con frasi goffe e sconnesse, innaffiandole con qualche "mistico" di troppo, speziandole pure con il banale ritornello della "partita diversa da tutte le altre". 

Non è facile descrivere certi campanilismi, soprattutto se vissuti ad uno Stivale di distanza; noi di Parterre, così, abbiamo deciso d'evitare artificiose congetture: il derby ce lo siamo fatti spiegare da chi l'ha vissuto epidermicamente in tutta la sua carica emotiva, in tutta la sua tensione quotidiana

S.A. (lo chiameremo così, onde evitargli ulteriori problemi), anonimo ragazzo del salernitano,  ci racconta la sua particolarissima storia: allegoria d'uno scontro instancabilmente bollente

S.A.: "Bisogna tornare indietro, al 2013, quando giocavo nei Giovanissimi dell'Avellino. All'epoca avevo iniziato ad andare in curva della Salernitana. Da tifoso vestivo granata, da giocatore di verde: una situazione molto particolare. Il fattaccio avvenne durante il derby contro il Napoli: segnai il gol del 2-1 ed alzai la maglia, sotto avevo la t-shirt degli Ultras Salernitana. Sapete, a 13 anni non avevo pensato alle conseguenze, mi sembrava un semplice sfottò da regalare allo sparuto pubblico napoletano: non doveva essere una mancanza di rispetto alla mia squadra e ad Avellino. 

Invece... Invece dal giorno successivo diventai da un lato un eroe, dall'altro un nemico pubblico. Si susseguivano messaggi d'insulti dagli avellinesi (anche pesanti minacce) e congratulazioni estasiate dai miei amici dell'Arechi: un viavai incessante di contatti da centinaia e centinaia di persone, moltissime non le conoscevo.

La società, condizionata dall'uragano mediatico, mi sospese addirittura a tempo indeterminato, convocando la famiglia per un confronto. Quella goliardata mi costò cara, carissima, mi fece capire quanto fosse radicata e potente la suggestione del derby in questi due popoli

Gli striscioni esposti (forse) nella città rivale
A distanza di qualche mese, poi, le acque si sono fortunatamente calmate e ho cambiato maglia, finendo a giocare proprio nella società che fin da piccolino avevo amato: la Salernitana."

Questo è Avellino-Salernitana, nulla di meno: un viaggio nelle più recondite ed affascinanti viscere di due fazioni, due città separate da mezz'ora di macchina e lustri di rivalità. Oggi il Partenio, la "tana del lupo", ospiterà l'ennesimo capitolo d'un romanzo a tinte infuocate: già inaugurato da uno scambio di  cordiali striscioni appesi nelle città

"Salerno Merda" a battezzare una delle principali vie salernitane; "Pronti Alla Battaglia", in granata, a confezionare il territorio nemico appena all'esterno del Partenio. Scaramucce che fanno colore, piccoli sgarbi che rendono, proprio come la storia di S.A., più vivo e tangibile questo derby anche a chi, come noi, non lo può vivere da vicino. 

Lupi ed Ippocampi, verdi e granata: appuntamento alle 15.00. 


sabato 2 gennaio 2016

FIAMME DI CALCIO: LA TRADIZIONE DEL SEPAK BOLA API

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

Un giocatore di Sepak Bola Api intento a calciare



Esiste una tradizione che, anno dopo anno, illumina flebilmente il mosaico insulare indonesiano.
Piedi bruciacchiati, vestiti grondanti di sudore, fuoco guizzante: si presenta così, agli occhi d'un profano qualsiasi, il Sepak Bola Api.

Bisogna navigare a vista tra le 17507 isole della Repubblica d'Indonesia, un tempo governate dai Paesi Bassi, per scovare questa disciplina aggrappata agli usurati spartiti del folclore e della religione.
Una fase di gioco
La zona maggiormente interessata è quella meridionale, corrispondente ai centri di Yogyakarta, Bogor e Tasikmalaya: pulsanti focolai musulmani e sedi di scuole religiose. Proprio all'interno di queste strutture si fronteggiano, allo scadere dell'annuale Ramadan, i partecipanti del "Calcio Infuocato".

Prima di farlo, però, trascorrono tutti 21 giorni d'ossessiva preparazione spirituale e fisica: una sorta di lungo ritiro autoimposto.

In queste tre settimane recitano maniacalmente delle speciali preghiere, evitando di mangiare cibi cucinati utilizzando il fuoco. Una notte ed un giorno senza dormire sono poi l'ultimo capitolo dell'affascinante marcia verso il grande evento: cammino che conduce i giocatori all'immunità (o presunta tale) da qualsiasi contatto con il fuoco.

Le squadre sono dunque formate da religiosi del luogo, solitamente divise nel classico scontro "giovani contro vecchi". Non esiste un numero definito di giocatori in campo, può variare da un calcetto tipico (5vs5), ad un allargato 11 contro 11 (molto raro), tutto dipende dalla disponibilità d'atleti.
I palloni di cuoio sono rimpiazzati, come prevedibile, da gusci di cocco immersi nel kerosene: c'è chi dice vengano fatti impregnare per settimane, chi per alcune ore. Conclusi gli ultimi canti prepartita, le squadre si dispongono in un campo minuziosamente preparato nelle sue peculiari particolarità: dalle porte in legno costruite a mano, al centrocampo disegnato e raffigurante simboli religiosi.

Un'uscita in presa bassa
Centinaia di persone affollano i margini del sabbioso teatro di gioco: tutti pronti ad osservare, meravigliati, la bollente sfera che fende l'aria; tutti ipnotizzati dall'infuocato cocco che sfugge, per qualche minuto, alla scura notte indonesiana, come una piccola stella cadente.

Alla pianta del piede i più temerari associano anche l'uso del dorso o del collo pieno; altri non temono il duello aereo, cercando la sfera con la testa. Ai portieri va poi il delicato compito di bloccare, a mani nude, proiettili infiammati.

Così si accende il Sepak Bola Api, così sgorga il sudore dai corpi accaldati di religiosi calciatori.
Una notte indonesiana come tante, una notte di football singolare e rovente.

Il Calcio che ci piace, alla fine, è proprio questo: incontaminato rito dal morbido sapore fiabesco.
Un Calcio mistico, un Calcio doloroso, un Calcio infuocato ed arso da quella fiamma ancestrale sempre più difficile d'alimentare.





domenica 27 dicembre 2015

ALI D'ANGELO, FIUMI D'IRLANDA: STORIA D'UN DRUIDO SENZA NAZIONE

di Riccardo Corradini

Ireland di spalle, con l'evidente tatuaggio


Che uomo e natura siano legati da un vincolo indissolubile è cosa nota a tutti dalle notte dei tempi. Prima Lucrezio nel "De Rerum Natura", poi San Francesco d’Assisi nel "Cantico di Frate Sole", hanno incanalato in colossali opere letterarie quell’interesse che l’uomo nutre verso l'intrinseco legame con il  mondo che lo circonda.

Non ci si stupisce, dunque, nell’apprendere che la città natale di Stephen Ireland sia Cork, florida realtà portuale situata nel Sud dell’Irlanda, attraversata e recisa in due parti dal fiume Lee. Due mondi, due universi così affini, eppure così separati: esattamente come Ireland e la Nazionale di calcio irlandese. Ma facciamo un passo indietro.

Lo Stephen Ireland calciatore muove i primi passi nel Cobh Ramblers Football Club, società nota per aver allevato al proprio capezzale Roy Keane e per essersi guadagnata negli anni l’etichetta di rivale del ben più blasonato Cork City Football Club. 


La famosa esultanza contro il Sunderland
Qui Ireland propone fin da subito il suo calcio: un modo di trattare il pallone che è tipico di un iniziato, una visione di gioco ed una tecnica che appartengono alle più alte volte celesti. 
Le qualità del giovane destano l’interesse di molti club britannici, ma la sindrome di Osgood-Schlatter (processo degenerativo a carico della tuberosità tibiale) di cui soffre Stephen in età adolescenziale, ne scoraggia più volte l’effettivo trasferimento. 

Sarà il Manchester City a prendere coraggio e ad azzardare con il giovane talento irlandese, tesserandolo nel 2001 e godendone le qualità e il potenziale fino al 2010.
In queste stagioni, fino al trasferimento all’Aston Villa nell’ambito dell’affare Milner, Ireland incanta i Citizens in un contesto finanziario (e non solo) molto diverso da quello che conosciamo oggi: guadagnando il goliardico soprannome di Superman grazie ad una curiosa esultanza, con le mutande del noto supereroe  esposte verso la gradinata dopo un gol al Sunderland.

Sono anni fondamentali per la carriera del talento irlandese e, come da previsioni, arriva anche la convocazione in Nazionale. 
Nonostante le controversie che contraddistinguono il rapporto tra Ireland e la Federazione già dalle rappresentative giovanili, e nonostante i dissapori maturati quasi immediatamente con il Commissario Tecnico Brian Kerr, il popolo irlandese resta consapevole del fatto che i Boys in Green non possano fare a meno del Superman di Cork.

Così, sotto la gestione del nuovo CT Staunton, Ireland diventa una figura inamovibile, trascinando i compagni nella fondamentale vittoria contro San Marino e, soprattutto, nel sentito derby con il  Galles. Stephen sul prato verde è un fattore determinante: argina e straripa a fasi alterne, proprio come il suo fiume Lee. 

Ireland con la sua Nazionale
Nel settembre del 2007, però, il fiume Ireland altera improvvisamente il suo corso, sconvolgendo un paesaggio, anzi, una vita che non tornerà più come prima.
Succede tutto all'improvviso, nel cuore del ritiro irlandese, con l'irruzione d'uno squillo di telefono alla vigilia della delicata sfida con la Repubblica Ceca. 
Alla cornetta c'è la fidanzata del centrocampista dalla schiena alata: "Steph, tua nonna è morta, corri a casa!”In realtà Stephen sa che non è vero: lo sa anche mister Staunton,  avvisato da chissà quali spie segrete, che però lo lascia ugualmente tornare a casa con un jet privato. 

Il problema, purtroppo, è che a saperlo è anche anche la stampa.

Ireland va nel panico: “La verità è che è morta mia nonna paterna”; “Scusate, vi ho mentito: è morta la seconda moglie di mio nonno”. Tutto falso: i giornali lo fanno a pezzi, Guardian in primis, Ferguson lo addita come “stupido”.

Poco dopo lo stesso Ireland ammette la verità: la sua ragazza aveva avuto un aborto spontaneo, per questo era corso a casa in fretta e furia fabbricando, però, un'altra scusa. 

Perché non lo hai detto subito Steph? Credi che la materna Irlanda non ti avrebbe capito? Pensi che i tifosi che ti idolatrano non ti sarebbero stati accanto? Echeggiano insaziabili le domande dalle redazioni dei tabloid, dai pub di Dublino, dalle case di Cork... 
Troppo tardi, la Federazione non prende provvedimenti per l'insensata bugia, ma il dio football sì: Repubblica Ceca-Irlanda 1-0, i ragazzi in verde non parteciperanno all’Europeo 2008.

In maglia Stoke
Da questo momento il rapporto tra Ireland e la sua Nazionale ricorda tanto l'assurda ed inconcludente attesa di "Waiting for Godot"opera teatrale del (guarda un po') irlandese  Samuel Beckett: una serie infinita di speranze disilluse, di sogni disattesi. 

Stephen non è più ritornato. 

Inutili gli interventi di TrapattoniLiam Brady, del mediatore straordinario Shay Given: quella di Ireland resta una delle vicende più struggenti ed enigmatiche della storia del calcio irlandese e non solo. 

“Non voglio mettergli pressione, ma mi piacerebbe moltissimo vederlo giocare ai Mondiali”: suggella così questa vicenda, con malinconico rispetto, la speranzosa voce del padre di Ireland intervistato una manciata d'anni or sono.

Ireland, dopo una deludente parabola tra Aston Villa e Newcastle, oggi a 29 anni sta vivendo una stagione travagliata, causa infortuni e concorrenza d'alto livello nello Stoke  City dei vari Bojan, Shaqiri ed Arnautovic. Della maglia marchiata Eire nemmeno l'ombra.

Il fiume Lee divide la città di Cork in due parti; il fiume Ireland separa lo Stephen calciatore dallo Stephen uomo: troppo onesto per mentire come si deve o, forse, troppo debole per sopportare il peso d'una verità mai completamente svelata.

Non tutti sanno che il fiume Lee, prima di gettarsi nel mare celtico, si dirama in due bracci creando al centro una piccola isoletta, culla del centro storico di Cork: primo insediamento urbano in epoca antica. È proprio lì che l'Irlanda aspetta, idealmente, il figlio prediletto di questa generazione calcistica: lì dove il fiume unisce ciò che ha diviso. 


Un popolo intero assiepato su quell’isolotto: pronto ad ululare il nome della propria nazione in festa, pronto a gridare il cognome del calvo druido vestito nuovamente di verde.  


sabato 21 novembre 2015

I NOVE DI CASESTELLATE.

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


Le domeniche le passavamo a ciondolare per il paese, alla ricerca del decimo. 
Come uno sciame di piccoli uomini cocciuti, zingarelli ossuti lungo le viottole scoscese di quel villaggio arroccato sulla pietra e sul muschio: chi ci aveva preso in simpatia ci salutava donandoci girelle di liquirizia, la gente di Via Monte Rosa, invece, ci considerava alla stregua di ladruncoli perdigiorno. 

E avevano ragione.

domenica 15 novembre 2015

IL CONGEDO DELL'ELEFANTE BLANCO

di Michelangelo Mion

Il bacio alla fede, i pollici ad indicare "El Siete"


Gli elefanti, imponenti ed affascinanti; riescono a suscitare al tempo stesso rispettoso timore ed ammirazione nell'osservatore. In natura pochi animali possono vantare la fierezza di un pachiderma, nobiltà di retaggio che porta a vivere in modo solitario il giungere del crepuscolo. Le tribù autoctone africane narrano che, in punto di morte, gli elefanti si distacchino dal branco per recarsi in un mistico luogo, al solo scopo d'unirsi ai loro simili trapassati: questo luogo è detto "cimitero degli elefanti".

Maglie Cosmos per Raul e Pele
La distanza tra le incontaminate savane africane e le selvagge strade newyorchesi è abissale, ma anche nella frenetica metropoli americana è possibile, di tanto in tanto, scorgere un elefante. Beckenbauer, Pelè e ora Raul, tre divinità calcistiche accomunate, oltre che dallo sconfinato talento, dal triste e solitario destino. 

Oggi Raul Gonzalez Blanco allaccerà i suoi scarpini per l'ultima volta, quel gesto tanto metodico quanto naturale avrà un sapore nuovo, diverso, acre. In campo ancora una volta per essere decisivo, in campo per rimpinguare la già ricca bacheca personale, in campo per una finale: come d'abitudine. Una finale certamente meno nobile di quelle giocate in passato ma pur sempre una finale.

L'occasione per lasciare da vincente assoluto, magari baciando ancora una volta, l'ultima, la fede.

Intorno a lui nessuna camiseta blanca, nessun volto noto, i compagni di oltre 700 battaglie non saranno lì ad incitarlo invocando il suo nome. Le tradizionali tapas lasceranno spazio ad hamburger ed hot dog, al posto degli Ultras Sur un gruppo di neofiti che, seppur nutrito, non potrà trasmettere il calore che anche solo una manciata di quegli aficionados avrebbe dato; il calore di chi ti ha visto muovere i primi passi e ti ha seguito per tutta la carriera, vedendoti gonfiare le reti di tutta Europa centinaia e centinaia di volte.

Raul e CR (all'epoca con il 9)
Sarebbe svilente e riduttivo far descrivere Raul da una manciata di numeri, per quello esiste Wikipedia. Raul è un figlio di Madrid, Raul è il Real Madrid. Un figlio forse troppo facilmente dimenticato o per meglio dire sostituito da un altro numero 7, di sicuro mediaticamente più imponente, tecnicamente più forte che, con apparente minor fatica, ha in pochi anni disintegrato quei record accumulati nel corso di raffinati lustri. Ma il calcio, per fortuna, va oltre questi aspetti, almeno il calcio come lo intendiamo noi.

Quella che ha lasciato Raul non può che essere un'eredità senza eredi. Emblema dell'antieroe per stile di vita e tempistiche. Lontano dai riflettori nel giorno della sospirata Decima inseguita per anni; lo stesso annuncio del ritiro ha avuto l'apparenza di un triste necrologio sportivo, annuncio avvenuto, beffardamente, nella medesima giornata in cui il suo record di gol in maglia Merengues veniva superato. Oggi i numeri però non avranno alcun peso, dopo l'ultima allacciata di scarpe non resterà che una finale, non resteranno che i Cosmos contro i Fury, non resterà che un'altra partita da vincere, un altro titolo da raggiungere. Ben poco importerà se il palcoscenico sarà uno stadio di football adattato e non il regale Bernabéu, ben poco importerà se il colore dominante sarà il verde e non il bianco, l'unica cosa che conterà sarà quella per cui "El Siete"ha sempre vissuto: la vittoria. Raul Gonzalez Blanco forse è solo l'ennesimo figlio illegittimo di una modernità che ti eleva a divinità per poi cacciarti dalla porta di servizio; forse è soltanto un'altra vittima sportiva di quel subdolo sistema che è l'utilitarismo moderno. Forse è così, o forse, più semplicemente, è e sarà l'unico elefante blanco. Oggi, 15 Novembre 2015, finisce una storia, da domani inizierà la leggenda.



giovedì 15 ottobre 2015

LAMPI NELLA NOTTE: ALBINO UNITED FC

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

L'Albino United durante un allenamento

"Vorremmo solo provare che gli albini sono umani come tutti gli altri"


Difficile essere lampi nella notte, difficile essere abbaglianti umani nel cuore dell'Africa nera, nerissima. Quando un lampo incide l'oscurità, si sa, l'intensa luce dura brevemente prima d'essere di nuovo inghiottita; lo stesso vale per gli albini subsahariani: vittime sacrificali, con il tempo contato, d'occulte tenebre.

Il capitano Mohamed Kassim
Nascere albino in Tanzania equivale ad essere un'eccezione su 1429 (cifra record in tutto il globo). Nascere albino in Tanzania equivale ad essere, irrimediabilmente, un maledetto.

Fisicamente l'assenza totale, o parziale, di melanina obbliga gli albini ad una saltuaria esposizione al sole, per evitare tumori della pelle e bruciature; a questo enorme disagio vanno aggiunti gravi problemi degli occhi, relativi alla depigmentazione dell'iride.

Il vero incubo di questi ragazzi, però, è distante anni luce dai gestibili problemi anatomici. Lo si trova disperso nel polveroso confine tra sociologia e religione: annidato in secoli di tradizioni magiche ed ancestrali credenze.

Per gli "mgangi", sciamani dell'Africa Orientale, gli albini sarebbero difatti incarnazioni degli spiriti immortali "zeru-zeru": corpi naturali con poteri soprannaturali, insomma. Membra pregiate che, diventate reliquie, sarebbero in grado di regalare soldi, benessere e bellezza a chiunque le possieda. Da decadi continua così una sanguinosa caccia cromatica, al solo fine d'ottenere parti del corpo d'un albino, per poi creare amuleti e pozioni esoteriche.


"Hanno trucidato una bambina di 4 anni la scorsa notte, giocheremo anche per lei"


Succede ogni giorno, forse anche in questo preciso istante. Ricchi tanzaniani assoldano sicari, capaci d'amputare o uccidere in brevissimo tempo albini di qualsiasi età.
6mila sterline per la pelle, 65mila per gli organi interni, 130mila per un corpo intero: cifre da capogiro per un Paese in cui il 60% della popolazione vive con poco più d'una sterlina al giorno.

Amuleti albini dei "mgangi"
La risposta della comunità albina è il grido senza voce tipico dei perseguitati, scandito da fughe, nascondigli e segretezza. Un silenzioso tabù, spezzato da una sfera che ha iniziato, solitaria, a rimbalzare.

Creato nel 2008 grazie alla visionaria intuizione di Oscar Haule, businessman (non albino) della metropoli Dar es Salaam, l'Albino United fc rappresenta una speranza sociale per affrontare ed eliminare questa cruenta discriminazione.
Il progetto umanitario ha rapidamente girato il globo, sensibilizzando popoli attraverso l'illimitata potenza comunicativa del futbol.

I ragazzi di Haule si allenano la sera, al crepuscolo, evitando d'essere bersagliati dai raggi africani. Negl'introvabili video che li ritraggono sembrano fantasmi con gli occhi socchiusi, sforzati, alla disperata ricerca visiva del pallone; spettri sorridenti, intenti a fluttuare su scarpe scalcinate o su chiari piedi nudi. 

Riscaldamento prepartita

"Hai fischiato il rigore solo perchè siamo albini"


Per capire le radicate credenze tanzaniane, basta passare in rassegna i volti degli spettatori di fronte a questa squadra unica: piogge di prese in giro, insulti e risate sono il normale trattamento durante una partita di Third Division tanzaniana.
Arbitri in cattiva fede ed avversari straniti si aggiungono ed accumulano gara dopo gara.

Per gli undici ragazzi dalla pelle lucente la vera partita è proprio questa: "Vincere gare per sconfiggere i pregiudizi -dice capitan Kassin-, da quando gioco con questi ragazzi mi sento molto più sicuro". Un messaggio di speranza in ogni cancha sabbiosa della Tanzania.

La strada è lunga, costellata di difficoltà, ma ogni calcio dell'Albino United fc rappresenta un passo avanti; ogni gol un lampo nella notte.

Una rete che si gonfia, una mente che si libera, l'oscurità che s'illumina.
Dale Albino United!