sabato 21 dicembre 2013

"PIRATI A ST PAULI, BANDITI A ST PAULI"

di Gianmarco Pacione
A St Pauli i cori si lanciano così

Il calderone di colori sovrasta tutti i sensi, annebbia la vista. Teschi e luci rosse, teschi e strip clubs, teschi e cosce aperte. Scritte tedesche. Profumo deforme, di mare navigato giornalmente. Il sicuro fruscio di gonna usata mi chiama; una spogliarellista sta fumando sul retro d'un locale. Mi osserva avanzare. "Cazzo, il solito italiano rincoglionito" starà pensando spargendo consonanti rudi. Il tacco paga, mi fa sovrastare. Le chiedo dove siamo. Amburgo, zona portuale, risponde.
Il locale Ritze, uno dei più famosi della Reeperbahn

Dicono che la Reeperbahn calpesti in silenzio la reputazione di Amsterdam, che la capitale tulipana nel confronto diretto abbassi la testa e cambi direzione.

La spogliarellista, Karen, Kraken, Karmen, bah, mi allunga il pacchetto. Incoccia sul mio sguardo fisso a sud, su quel seno senza K, su quell'abbondanza dipinta da un teschio a capo di due ossa incrociate. Inizia qui l'onirico viaggio nel magico mondo del St Pauli fc.

Passeggiando tra marinai ubriachi di lozione femminile, mi ritrovo davanti al Millerntor-Stadium. Prato illuminato, sempre, dai raggi delle insegne erotiche. Illuminato come il chitarrista che strimpella appena sotto la gradinata. Cresta anni '80, ritmo pure. Una cavalcata di punk direttamente nelle vene. Il culto del St Pauli è nato proprio così, da note punk, da un ballo mancino.

Striscioni leggermente schierati ideologicamente
Eterni secondi della città fino al più impensabile giro di boa. Anti-nazisti, veneratori del Che. In molti li definiscono come il pubblico più a sinistra del mondo. Non ci vanno molto distante. Dal punk in poi un'escalation di novità epocali: campagne sociali continue per contrastare il razzismo, la violenza sulle donne, l'omofobia. Striscioni con svastiche distrutte, bandiere della pace. Amichevoli solidali con Cuba, mondiali per nazioni non riconosciute ospitati in casa.

Sezione calda della gradinata
Le corde si fermano per un attimo. Anche lui, sul polso, lo stesso Jolly Roger della spogliarellista. "Italiano?" s'accerta indicandomi. "Si". Non serve altro. Le corde tornano a muoversi, le parole anche, nel vento; sono mie, sono nostre però.

"Sull'orlo di una strada una gara di follia
contro il sipario amaro della xenofobia
canti d'agonismo e di emozioni da spartir
di cori lastricati d'incoscienza e d'avvenir
danzano sulla storia di giorni conquistati
figli della memoria, pirati a Saint Pauli
danzano sulla gloria di giorni conquistati
figli della memoria, banditi a Saint Pauli"

Nel '98 la sponsorizzazione Jack Daniel's
A cantarla i Talco, gruppo di Marghera. Strani incroci. Come la sponsorizzazione del '98 griffata Jack Daniel's. Come Littmann, primo presidente dichiaratamente omosessuale della storia del calcio. Come loro, quelle due ossa sotto il teschio, epiteto d'irrazionalità dichiarata.

Strade sommerse da velieri pirati, marinai e prostitute uniti nello stesso coro, senza fiasco di vino in mano, con un drappo librato in cielo. Lassù dove abbraccia il vento, da oltre trent'anni, il Jolly Roger ghignante. Lassù dove sportivamente mai potrà arrivare il St Pauli, società eternamente errante nelle serie minori con qualche picco in Bundes. Lassù, o più semplicemente quaggiù, nella Reeperbahn, dove il disordine è la delizia dell'immaginazione, dove la sinistra sconfina, folle, nella fede mistica legata ad una maglia, ad uno stadio e ad un quartiere, ad un popolo consciamente disperso nell'azzurro del mare dagli orizzonti più aperti.
 

  





domenica 24 novembre 2013

TRA QUELLI CHE NON CE L'HANNO FATTA: IL DECLINO DI ADU

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook cliccate QUI)



Land of opportunity, la chiamano così. Ed in effetti la Storia ci insegna che gli Stati Uniti hanno rappresentato per milioni e milioni di persone lungo i secoli la terra adatta a costruire un  futuro luminoso, la terra delle rivincite, dei sogni che diventano realtà: lontana dalle logiche europee, la cultura statunitense, spesso additata come povera e materialista, si è fondata (anche) sull'ideale del self-made man, “l'uomo che si è fatto da sé”, colui che è riuscito a sfruttare il proprio ingegno, il proprio talento e le enormi risorse del Nuovo Mondo realizzando obiettivi e raggiungendo mete che, altrove, sarebbero apparse solo come nebbiose aspirazioni. Sono migliaia le testimonianze artistiche, letterarie, cinematografiche che ruotano attorno al mito americano ma, ahinoi romantici un po' sadici, quasi nessuno parla, invece, di chi fallisce clamorosamente. Di chi arriva ad un passo e poi crolla, di chi è vinto dal destino, da chi finisce dimenticato nell'ombra, assieme alla schiera di “quelli che non ce l'hanno fatta”. Fra le pagine non scritte che raccontano l'”Altra America” merita una menzione considerevole anche un ragazzo nato nell'1989 in Ghana, catapultato a otto anni a Rockville, Maryland, grazie ad una green card vinta dalla madre, uno di quelli che comunemente chiameremmo “enfant prodige”: il suo nome è Fredua Korateng Adu, meglio conosciuto come Freddy Adu, e questa è l'impietosa cronaca del suo sogno sbiadito.

giovedì 14 novembre 2013

UNA BOTTA E VIA. L'AMPLESSO DI MATTEINI.

 di Gianmarco Pacione
L'esultanza di Matteini ad Avellino

Se solo potessi tornare indietro.

La testa intontita, stupefatta, è quella d'un tifoso, d'un amante.

Se solo potessi tornare in quel Novembre del 2005, se solo potessi cancellare dalla mente quella strana sensazione. Innamorarsi è bello, bellissimo.

Pescaresi presenti ad Avellino per l'1-3
All'epoca ero ancora poco più che bambino, abbagliato da quei gradoni dipinti di bianco ed azzurro, da quella nord gigante, in costante movimento. Era tutta una favola, respiravo la prima cotta abbracciando una sciarpa, seguendo cori trascinanti, lanciandomi in mischie dolorose. Vivevo di fascinazione, alternando le più sensibili, dolci farfalle allo stomaco, a urla becere, ad insulti che traboccavano incontrollati.

Era lavoro duro, durissimo, idolatrare un Cammarata in stampelle, un Bonfiglio scomparso dai miei ricordi di quasi tredicenne (forse grazie a Dio), un Croce esaltante, stranamente troppo.

sabato 9 novembre 2013

QUANDO IL PESO DIVENTA LEGGERO. ODE A SODINHA.

di Gianmarco Pacione (clicca qui per seguirci su Facebook)

"Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo.
Fernando Botero.

Felipe Diogo Monteiro Sodinha

Le mattonelle sporche. Il terriccio di sempre, forato crudelmente da tacchetti appena docciati. La distinta svolazzante sul tavolo, baciata dal Borghetti del nostro dirigente appassionato di videopoker. Si è attardato per pisciare fischiettando. "Dai su, devi solo diventare un po' più leggero.".

Ricordo impresso, fisso.

Sodinha in azione con le rondinelle
La mia prima partita senza fuorigioco: sostituito poco dopo l'inizio della ripresa. "Mangia meno pasta!", l'urlo freddo servito con il tè bollente. Ossimoro da spogliatoio. Parole che scivolano aride nel flusso puro della memoria.

Un salto dimensionale: la rovina di un impero florido, costruito su tap-in a pochi centimetri dalla linea, su rientri difensivi mai accennati. Il braccio su, il fischietto rude, il mio sogno concluso. "Sei un bomber di razza", dicevano: si, di razza dalle ossa grosse. Quella corsa da "pinguino", usata solo per esultare mitragliando alla Van der Meyde genitori scettici, d'un tratto era diventata una costrizione, un freno, un infortunio privo di volto e causa: rientravo senza attenuanti nella categoria dei "ciccioni", lo facevo da plurimedagliato esperto in riso alla pilota e gite a fast food di qualsiasi tipo.

lunedì 28 ottobre 2013

DISCRIMINAZIONE TERRITORIALE: IPNOSI PER L'INETTO SUDDITO


di Gian Maria Campedelli (per seguire Parterre su Facebook clicca qui)


Di romantico, in tutto questo polverone, c'è ben poco. Dove vogliono arrivare, chi ha deciso che il calcio in Italia deve morire? Le note suonano gravi, niente armonia, l'amarezza ristagna, la rabbia si annida sotto la pelle di chi vive ancora per difendere passione e appartenenza.

venerdì 25 ottobre 2013

LAMPEDUSA: STORIA D'UN CALCIO ISOLATO.



 di Gianmarco Pacione

Onde urlanti, inermi. Delle barche muovono insicure, equilibriste nel buio sconosciuto. Migranti attonite, pescatrici di speranze.

Il faro dalla costa illumina scanditamente volti senza nome. Una stanca imbarcazione segue con gli occhi, però, altre luci artificiali. Contornano attente una terra dalle venature marroni, connubio di carnagioni mescolato con manciate di sabbia dorata. 

Din. Suona la traversa. 

Azione di gioco d'una gara casalinga del Lampedusa
Al “Grazio Arena” si stanno allenando i ragazzi del Lampedusa Calcio, come ogni sera. 

Calcio sperduto, calcio isolato. Sognatori danzanti nell’opaco anonimato, volteggianti su logori tacchetti. La loro GSD è di nuovo viva. Appena iscritta nell’ultima serie esistente, dopo mesi di puro calvario. La rinuncia alla prima categoria era stata un’inevitabile conseguenza: troppo alte le spese, troppo elevati i costi per spostarsi in Sicilia più di dieci volte all’anno. 

Sacrifici e sudore. L’obbligo di sveglia all’alba della domenica, l’aereo fino a Palermo e poi il pullman fino a Calatafimi, Capaci... Passione irrazionale, tutta lampedusana. Poi le beffe, continue, di molte, troppe società che nemmeno pensavano e penseranno a presenziare oltre mare all’incontro domenicale. Vittorie a tavolino, sconfitte personali inaccettabili, mortificanti. 

Le righe bianche risaltano, quasi fosforescenti, sulla placca africana. Le recinzioni sono traballanti. Implorano aiuto, tra smorfie atroci, dai tempi del passaggio papale e dal loro necessario abbattimento. Rendono il campo inagibile per quest'anno, obbligano il Lampedusa a giocare le gare casalinghe a Mondello.

Una bestemmia sibila nel cielo nuvoloso. Il pallone impatta, sordo, contro il legno. Allieta anime, gioca a torello. Lo fa tra le barche che popolano il cimitero, sorto sommessamente a lato del campo. Defunte macchine di morte abbandonate, ripudiate, lasciate marcire quasi per disprezzo. 
Sullo sfondo uno scorcio del cimitero delle barche

Un gruppetto di bambini sfida il cordone rosso di pericolo. Occhi brillanti, quelli di pochi eletti alla vista di una sfera rovinata. Il futbol respira a grandi polmoni la brezza mediterranea. 

L’impolverato “Grazio Arena” scambia uno sguardo con quella che sarà la sua nuova vicina, barcollante tra le onde. 

Gli occhi che ricambiano sono quelli di scuri figuranti. Presto, bisognosi d'un futuro, d'un lavoro, d'una qualche certezza, si troveranno a lasciare impronte nude, a dipingere le suole di rosso, a soddisfare quella biglia fatata che già conoscevano in terre lontane. Non curanti del presente, del passato, del futuro, della vita, della morte.

Un po' come i ragazzi in campo ora, vestiti a festa per il più affascinante rito pagano. Un po' come quest'isola lontanamente vicina a tutto. Un po' come questo calcio naif: ostacolato, emarginato, poeticamente pulsante, testardamente immortale.



sabato 5 ottobre 2013

PROIETTILI DI CUOIO. RITRATTO DI CALCIO SIRIANO.






di Gianmarco Pacione
Scorcio delle rovine di Damasco durante una partitella tra bambini
Poc-poc-poc. Le macerie respirano, vibrano. Bashar è seduto, solo. Lancia scanditamente parti di soffitto, lo capisce dal colore dell’intonaco.

La polvere offusca la vista, crea il peggiore dei miraggi. 

Centro del distretto di al-Mezzeh, Damasco, Siria. I colpi vicini non straniscono Bashar. Ha poco più di dodici anni, abbandonato ai suoi pensieri come ai cenci che veste, per inerzia, da mesi ormai.

Tre ragazzini siriani palleggiano
Guerra civile, guerra tremenda. La distesa di detriti è una compatta, funerea coperta per Haytam e Samir. Erano i suoi due migliori amici. Erano. 

Sirene, urla, tutto lontanamente vicino.

Bashar è scalzo, poggia attivo i piedi su una vecchia pelota, è l’unico ricordo rimasto di Haytam e Samir. È rotolata fuori quasi per caso, quasi per volontà altrui, dal grottesco tonfo di tonnellate di cemento.

Gli sporchi piedi continuano ad accarezzare il delicato cuoio.

Al-Mezzeh è una zona caldissima, proteste anti-governative alternate a prese di forza dell’esercito, attentati all’aeroporto militare, stragi alla moschea.

Immagine di Nuri Ibish
Il padre del dodicenne è un ribelle, la madre si limita a piangere. Sente le sue lacrime anche in questo istante Bashar, le sente sulla pelle, sulla fronte, sta guardando in alto. “Mamma non piangere, fammi stare qui a giocare ancora un po’ con i miei amici!”. La pioggia inizia a scendere commossa dal cielo di Damasco.

Corre Bashar tra le vie marchiate dai suoi doppi passi, dai sorrisi di bambini dagli occhi colmi di futbol e sparatorie, di vita e morte. Marchi delebili.

La palla si ferma, controllata, docile, sotto un muro sporgente, pericolante. Una targa, decrepita, recita sicura: “Nel 1920, qui, è nato il calcio in Siria”.

Bashar conosce bene la storia di quella partita. Per anni si è affacciato dal balcone immaginando l’epica scena, l’odore spasmodico ed eccitante della ricerca del gol, l’affannoso ululare di tifosi novizi ma pronti. La immaginava dipingendo immagini tra le parole di suo padre; quella era l’unica storia che avrebbe ascoltato per ore, per anni. “Se tutti i politici fossero come Nuri Ibish, la nostra Siria sarebbe un grande Paese.”, si sentiva sempre dire.

Nuri Ibish, la sua foto appena sotto la targa, ingiallita, umilmente fiera in questo deserto umano. Bashar imita la posa, marionetta in un teatro deserto, carica il petto superbo.

Ricco proprietario terriero, politico affermato della prima metà del ‘900, ministro del Gabinetto, pioniere unico del calcio siriano. Apprese regole, fascino e trascendentale armonia durante un viaggio nell’Inghilterra della Grande Guerra. Immediatamente corse a Damasco. Nel 1919 convinse le truppe inglesi ad allenare i suoi compaesani: non alla vita da trincea o a come centrare il bersaglio con maggiore costanza, semplicemente alla magica arte del football.

Il ministro Ibish, secondo da sinistra
Nel 1920 la prima partita, in quello spiazzo su cui ora sta pellegrinando un bambino assente; la vittoria degli artigiani di casa sulle truppe inglesi per 4 a 2, tra migliaia di siriani freddati calorosamente da un Cupido con la sciarpa al collo, con un due aste issato, con una palla impazzita tra piedi burberi ed incoscienti.



Una città unita, uno Stato innamorato irreversibilmente. 

Un re, Faysal I, talmente fiero dei giocatori siriani, da regalare ad ognuno di essi un orologio d’oro.

Luccichii sotto un maglione, distante pochi passi da Bashar. Ancora i piedi sporchi a divertire la pelota, a sollevare l’anima da questa nebbia irregolarmente illusoria, candida e compatta, da quest’etereo terrore mai domo, ammorbante, ormai banale.

Bashar muove il maglione di qualche centimetro, il luccichio aumenta, trascinando con sé, di forza, il battito del cuore. Un orologio d’oro del re Faysal, magari proprio quello di Nuri Ibish. 
Un ribelle supera armato un prato verde




Un proiettile. Un crudo, freddo, ghignante proiettile cullato dalla lana grezza dello scuro maglione.
Bashar carica il destro, il piede spoglio, come tutto il resto. Colpisce la targa, unica luce in queste tenebre. Le rovine vacillano. Mette il proiettile in tasca, abbandona il cuoio nella fanghiglia agonizzante.

Ha scelto, combatterà al fianco di suo padre per Haytam, per Samir, per diventare un giorno come Nuri Ibish e riportare la pace nel suo distretto, nella sua città, nel suo Paese.

Poco distante, proprio dove quella maledetta autobomba ha portato via la sua amata madre, la sua sicura casa, il neo combattente osserva un gruppo di bambini: hanno appena ricominciato a correre ed emozionarsi palla al piede. 

Gli spari sibilano, fischietti non retribuiti, incriticabili.
 
Il cielo è sereno ora, il sole asciuga il volto rigato di Bashar, di tutta al-Mezzeh.

“Tranquilla mamma, al limite piangeremo insieme.”.