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martedì 21 ottobre 2014

CI AVEVANO DETTO CHE ERA UN GIOCO, SOLTANTO UN GIOCO...

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


"Il calcio ha significato troppo per me, e continua a significare troppe cose" - Paul Ashworth, da "Febbre a 90°", 1997.

Guarda la sfera rotolare impazzita, schizzare a pelo d'erba, mossa dal caso e dominata dal genio, e le migliaia di persone accalcate e sfrenate tutt'attorno: ambasciatori di uno sfrenato amore gridano al vento le loro laiche preghiere. Ammira il cielo, pare colorarsi d'odio, disperazione e sconforto, e poi esplodere in lampi di luce accompagnato da boati senza fine. Scruta i bambini, stretti nelle loro giacche addosso ai loro papà: segnano la continuità biologica e sociale di una favola senza fine, e nelle loro lacrime ribolle atavica la passione che con loro nasce e a loro sopravvive, in un immaginario denso di miti, sporco di fango e sangue, tanto impossibile da afferrare quanto impossibile da negare. 

domenica 24 novembre 2013

TRA QUELLI CHE NON CE L'HANNO FATTA: IL DECLINO DI ADU

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook cliccate QUI)



Land of opportunity, la chiamano così. Ed in effetti la Storia ci insegna che gli Stati Uniti hanno rappresentato per milioni e milioni di persone lungo i secoli la terra adatta a costruire un  futuro luminoso, la terra delle rivincite, dei sogni che diventano realtà: lontana dalle logiche europee, la cultura statunitense, spesso additata come povera e materialista, si è fondata (anche) sull'ideale del self-made man, “l'uomo che si è fatto da sé”, colui che è riuscito a sfruttare il proprio ingegno, il proprio talento e le enormi risorse del Nuovo Mondo realizzando obiettivi e raggiungendo mete che, altrove, sarebbero apparse solo come nebbiose aspirazioni. Sono migliaia le testimonianze artistiche, letterarie, cinematografiche che ruotano attorno al mito americano ma, ahinoi romantici un po' sadici, quasi nessuno parla, invece, di chi fallisce clamorosamente. Di chi arriva ad un passo e poi crolla, di chi è vinto dal destino, da chi finisce dimenticato nell'ombra, assieme alla schiera di “quelli che non ce l'hanno fatta”. Fra le pagine non scritte che raccontano l'”Altra America” merita una menzione considerevole anche un ragazzo nato nell'1989 in Ghana, catapultato a otto anni a Rockville, Maryland, grazie ad una green card vinta dalla madre, uno di quelli che comunemente chiameremmo “enfant prodige”: il suo nome è Fredua Korateng Adu, meglio conosciuto come Freddy Adu, e questa è l'impietosa cronaca del suo sogno sbiadito.