domenica 14 dicembre 2014

MONSIEUR GINOLA: LA BELLEZZA SOPRA OGNI COSA

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


"Il genio abita semplicemente al piano di sopra della follia"
Arthur Schopenahuer, Parerga e paralipomena, 1851.

La parola "genio", tirata in ballo scomodando uno dei sacri pilastri della filosofia europea, ben si adatta all'incipit di questo breve racconto. Concedetemi il beneficio di abusarne senza prudenza: d'altronde, in tempi avari di storie romantiche e travolgenti da raccontare, un uomo che vive di passioni deve pur aggrapparsi a qualcosa per continuare a sognare. Certo, si rischia di passare per nostalgici, nichilisti e via dicendo, ma non è colpa mia se questo mondo d'erba e cuoio è invecchiato così male. Rimpiango un'età dell'oro consumata e trapassata, ma lo faccio per me stesso, conscio che niente tornerà più come prima. E' come masturbarsi riportando alla memoria i tempi migliori: a tutti è concesso d'essere nostalgici, abbiamo il sacrosanto diritto di sentirci estranei al presente.

Concedetemi il beneficio, dicevo, di usare con naturalezza e cognizione la parola "genio" e di accostarla ai parametri inafferrabili della follia, perché per parlare di David Ginola non ha senso andare alla ricerca di altre dimensioni, sta tutto lì. 

Se Joyce rese celebre il flusso di coscienza in letteratura rovesciando l'idea di "senso", il bel poeta maledetto di Gassin fece proprie l'ispirazione e l'anarchia figlia sua e fu grazie ad esse se diventò poi Ginola. 

Egli fu tutto e non fu niente. Per i soloni del calcio, soltanto un fumoso francese in cerca di guai, per chi ha goduto delle sue gesta e dei suoi eccessi, semplicemente un finissimo esteta al di sopra d'ogni regola e convenzione. Adone dissacrante, un animale attratto continuamente dall'irrazionalità, guidato dal fiuto e dal talento come pochi altri prima e dopo di lui, guidato poi fin giù nel burrone che gli costò una carriera che avrebbe potuto esser colma di trofei e gloria.


Già perché l'incantevole dipinto del bellissimo David al centro ha uno squarcio che in eterno rimarrà lì, irrimediabilmente incancellabile. Lo sanno bene i francesi cui Ginola strappò la qualificazione a Usa '94, quando negli ultimi istanti dell'ultima partita decisiva per strappare il biglietto per gli States contro la Bulgaria, Ginola rimase fedele alla sua linea, quella del calcio improvvisato e bello senza per forza essere utile, e anziché difendere un possesso su una palla ferma vicino alla bandierina del calcio d'angolo, decise di crossare in mezzo alla ricerca di qualche compagno pronto a cogliere il suo invito.

Da quel cross sbagliato nella forma e nella sostanza nasce una storia lunga una vita intera, perché gli avversari riconquistano palla e Kostadinov, al termine di una veloce azione thriller, segna il gol che giustizia i galletti e manda oltreoceano i bulgari. Da quel momento, Ginola viene ricoperto di ogni tipo d'accusa dai francesi e da Houllier, allenatore dei transalpini che mai gli perdonerà d'aver tradito la Francia: verrà apostrofato dallo stesso con epiteti d'ogni genere e la faccenda fra i due finirà persino nelle aule dei tribunali. La Francia, cinque anni dopo, vincerà il campionato del mondo in casa propria, senza il bel David che mai riuscirà a mettersi l'anima in pace per aver vinto quella coppa soltanto dal divano di casa.


Con tutta la Francia contro, Ginola prende e decide di diventare profeta altrove: dalle carnose labbra delle lolite Parigi, alle pallide e formose cosce delle ginger di Newcastle, da parco giochi a parco giochi, da quello dei Principi a quello di Saint James, David decise che sarebbe stata l'Inghilterra il luogo adatto a cui dedicare i suoi versi migliori. Generoso, durante gli anni Novanta,  il destino che concesse agli appassionati di football dal nord fino a Portsmouth di ammirare le meravigliose gesta di due fuggiaschi francesi accorsi al servizio di Sua Maestà. . La French Connection di cui è impossibile non sentire la mancanza.


Stare a qui a discutere su chi fosse più in alto, fra Cantona e Ginola, è inutile. Molti, anzi quasi tutti, risponderebbero che fu il primo il più grande di tutti. E forse è vero. Ma non è questo il punto. Nel film "Dead Poets Society" ("L'attimo fuggente"), il professor Keating fa strappare ai propri studenti le pagine del libro "Comprendere la Poesia" di J. E. Prichard, sostenendo che poter pensare di imbrigliare i versi di un poeta fra la rigidità di due assi cartesiani sia sciocco, inutile, stupido. Vale lo stesso per quei due: in fondo, ciò che conta dentro e fuori il prato verde è soltanto il numero di emozioni che qualcuno riesce a crearti dentro.

Così ogni appassionato, ogni romantico follemente perso per il pallone dovrebbe esser grato a David Il Bello, perché in lui c'era un po' tutto quel che avremmo voluto diventare noi, c'era tutto quello che un uomo può invidiare con rispetto ad un altro uomo: lo sconfinato talento, l'indole del fanciullo scanzonato che volteggia lontano dalla mestizia del mondo reale, il fascino travolgente che gli rese trofei formosi e libertini ad ogni longitudine, l'estro anarchico, il tormento della sconfitta e dei "se" che fino all'infinito si ripeteranno senza tregua.

Per ogni carezza ad un pallone, per ogni amplesso in clandestinità, viva il calcio e viva Ginola.



sabato 22 novembre 2014

SESSO E TRECCINE: VANGELO SECONDO VAGNER LOVE

di Gianmarco Pacione (se vuoi seguirci su Fb clicca qui)
Vagner Love, in maglia CSKA, spiega la famosa regola della "L"

Ho sognato un calciatore brasiliano. Sfiorava il pallone schivando fiocchi di neve, predicava futbol tra scritte cirilliche e maglie termiche.

Love & Samba
In testa non aveva capelli ma stelle filanti: verdi, blu, rosse, gialle. 

Era Vagner da Silva Souza, si, Vagner Love. Mi fissava dritto negli occhi, con due brillanti enormi appesi alle orecchie, e diceva sorridendo: "Non sai perchè mi chiamano così? Semplice, nella vita dò tutto in un solo posto, vuoi un indizio? Non è il campo da calcio.".

Lo declamava gonfiando il petto, come in un'intervista prepartita, ripassando mentalmente tutte le prede, inseguite e braccate tra margarita e festini privati.

Per ogni stadio una camera da letto: "Le russe hanno i visi più belli, con le brasiliane ci danzo, le cinesi, beh, sono esotiche.".

Difese bucate, reti gonfiate. Nessun problema per uno che da ragazzino ballava per ore in casa, con la sorella, al solo scopo di poter rimorchiare nei locali.

Un mosaico di roboante e discutibile personalità: interviste per Playboy, amicizie con gangster, relazioni private con armi e, ovviamente, tante, tantissime cosce toniche.

Incubo e delizia d'ogni direttore sportivo, sublime attaccante dalle mille sfumature. Vagner Love è stato, ed è, definizione unica di giocatore carnevalesco: dipinto nelle treccine, pittore coi piedi.

Oggi gioca in Cina nello Shandong Luneng: ultima tappa monetaria d'una carriera particolare, che l'ha visto diventare il più prolifico goleador straniero dell'intera storia del campionato russo.

Cannoniere in campo e fuori.

"Il mio gol più bello? Pamela Butt, pornostar brasiliana. C'è anche il video online, se vuoi dare un'occhiata.".

Parola di Vagner Love.

 

   



 

lunedì 17 novembre 2014

LODE AGLI INVIOLATI: GLI EROI DI SAN MARINO

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


Diventiamo uomini in un mondo che non rende mai giustizia all'orgoglio degli sconfitti. Cresciamo cavalcando la cresta dell'onda dei vincitori. Non c'è spazio, in un'era in cui la disfunzione è l'aberrazione massima del successo, per raccontare la Storia dall'altra parte della barricata. Eppure ci sono imprese figlie di un dio minore che rendono meglio di tante altre lo spirito eroico dell'uomo, che non è eroe in quanto più grande e più forte degli altri, ma lo diventa spingendosi oltre i propri limiti più evidenti.

venerdì 7 novembre 2014

INSEGNACI A VESTIRE, GABOR KIRALY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su FB clicca qui)

Buffo confronto estetico. Kiraly in uscita bassa su Cristiano Ronaldo. 

Pantalone grigio e maglia blu, pantalone grigio e maglia rossa, pantalone grigio e maglia grigia: il primo addendo non cambia mai, dall'Herta al Crystal Palace, dal Monaco 1860 al Fulham.  


Una cascata di grigio in maglia Crystal Palace.
Gabor Kiraly veste nuvoloso dal 1996. Le sue gambe promettono pioggia da quella lontana stagione in maglia Szombathely (dove esordì come professionista): vent'anni di tuta lunga, in eccesso d'un paio di taglie, coraggiosamente nascosta in calzettoni girati all'infinito.

Non l'ha mai fatto per soldi o scommessa, non c'è sponsor o retribuzione a cinque cifre; l'unica ragione è la scaramanzia, pura e semplice cabala, madre d'uno dei più grandi capolavori estetici del calcio moderno.

Un canto contro qualsiasi settimana della moda, una smanacciata alle passerelle ed ai paparazzi, un'uscita incosciente, con il doppio pugno, su gran parte dei suoi colleghi: boriosi vip da club di tendenza, ipnotizzati in campo nell'ammirare i propri scarpini stellati. 

Anti-modaiolo, anti-Mirante.

Gabor sta bene così, come un saggio nonno a suo agio tra i pali, ippopotamo fluttuante in quel pigiamone che copre forme un po' troppo tonde. Ha sempre avuto pochi desideri il gigante magiaro: non subire reti, affogare la fame in cibi locali e snobbare completamente i mantra di Versace e soci. 

In breve tempo è diventato un personaggio di culto, un'icona nobilmente kitsch.

Ed è così che cantano per lui i Lilywhites: "Balla il tuo valzer, pesante ballerino dai guantoni ruvidi. Fallo, a 38 anni, nel nostro affascinante Craven Cottage; eclissa, con quell'immarcescibile pantalone, ogni riflesso dell'azzurro Tamigi.".

Urlano a squarciagola con le braccia larghe, in piedi tra seggiolini di legno antico, mandando al diavolo tradizione e bellezza.

"Insegnaci a vestire, stilista dell'area piccola!".        

  

martedì 21 ottobre 2014

CI AVEVANO DETTO CHE ERA UN GIOCO, SOLTANTO UN GIOCO...

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


"Il calcio ha significato troppo per me, e continua a significare troppe cose" - Paul Ashworth, da "Febbre a 90°", 1997.

Guarda la sfera rotolare impazzita, schizzare a pelo d'erba, mossa dal caso e dominata dal genio, e le migliaia di persone accalcate e sfrenate tutt'attorno: ambasciatori di uno sfrenato amore gridano al vento le loro laiche preghiere. Ammira il cielo, pare colorarsi d'odio, disperazione e sconforto, e poi esplodere in lampi di luce accompagnato da boati senza fine. Scruta i bambini, stretti nelle loro giacche addosso ai loro papà: segnano la continuità biologica e sociale di una favola senza fine, e nelle loro lacrime ribolle atavica la passione che con loro nasce e a loro sopravvive, in un immaginario denso di miti, sporco di fango e sangue, tanto impossibile da afferrare quanto impossibile da negare. 

sabato 18 ottobre 2014

DRAGONI E TSU'CHU, IL CALCIO È MADE IN CHINA.

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Fb clicca qui)

Una scena di Tsu'Chu, a pochi passi da un banchetto d'appassionati


Il made in China come brillante originalità. Ipotesi anacronistica.

Eppure la culla sono loro, ne narrano i dragoni, ce lo consiglia la storia. Le prime forme di fùtbol si perdono nel rosso sorgo delle sterminate campagne asiatiche, peregrinano seguendo orme sferiche, per arrivare alla dinastia Tsin tra il 255 ed il 206 a.C..

Immagine in cui compaiono anche le porte
Lo chiamavano Tsu'Chu, poetico sonetto sulle rive del fiume Giallo. Tradotto letteralmente "calciare una palla di cuoio con i piedi".

Era disciplina da Hetemaj e Bolzoni, praticata come arte ed allenamento militare. Occhi a mandorla rapiti da un complesso incantesimo: le porte formate da due canne di bambù ed una piccola rete, lunga non più di 40 centimetri e posta a 9 metri da terra.

Altezze vertiginose per piedi raffinati, orientali piume d'uccelli. 

Il Tsu'Chu affascina. Tra leggende di monaci buddisti e maghi taoisti, troviamo quella di Liu Bang, fondatore della dinastia Han e tipico fanatico da gradinata est. Mecenate di talenti, fece costruire un campo a pochi metri dal suo palazzo, chiamando a corte i personali menestrelli: musicanti dai piedi dolci e dalle note di cuoio.

Da Liu a Wudi, grande conquistatore dell'Asia centrale tra il 156 e l'87 a.C., che premiò i propri successi invitando a gran voce tutti i migliori giocatori nella capitale. Imperatore, instancabile spettatore e, si dice, insospettabile praticante. 

Nessun Alino Diamanti o violinista Gilardino, lustri, secoli d'anonimi campioni vestiti da gonfie tuniche.

Potrebbero alzare la voce da Pechino, potrebbero mirare e calciare fino in Inghilterra, urlando "Sì, il vostro più puro tesoro, in realtà, è made in China.".
Tsu'Chu all'ombra d'un albero

   

sabato 11 ottobre 2014

QUANDO IL MAHATMA FONDAVA SQUADRE DI CALCIO

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Fb clicca qui)

1913. Gandhi (cerchiato) con due club da lui fondati.

Chissà se sarebbero vibrati i baffi del Mahatma.
Del Piero è sbarcato in India, nella terra del grande Bapu dalle lenti a cerchio. Il Pinturicchio di Gianni Agnelli indosserà a breve, per la prima volta, la maglia delle "dinamo" di Delhi.
Osservandolo avrebbe incrociato le braccia, Gandhi, pensando nostalgicamente a quel suo primo amore.

Erano gl'inizi del '900, il corpo era sempre esile, scarno contraltare alla ricca mente. Capello fine ed un completo usato spesso se non sempre, incorniciato da cravatte mai pretenziose. Il giovane Mohandas Karamchand Gandhi si spostava nel profondo Sudafrica, apprendista avvocato e osservatore di popoli.
Nasceva in questi anni la teoria dell'ahimsa (la nonviolenza), sbocciava giorno dopo giorno, davanti ad un Paese spaccato a metà dalla discriminazione razziale.

Il giovane avvocato Gandhi
Divampa qui, sulle rive dell'oceano Indiano, una scintilla che era già scattata qualche anno prima, nella terra dei leoni del football: quello puro. In Inghilterra Gandhi aveva assaporato, per la prima volta, il soffice rimbalzo della sfera sul prato verde. 
Con i piedi non andava troppo bene, ma il pensiero volava tra calzoni sudici e scarpette, tra pali improvvisati ed imprecazioni.

"Ciò che colpì principalmente Gandhi, fu la nozione di nobiltà del calcio.
A quei tempi l'idea di squadra oscurava completamente quella di fuoriclasse, 
e questo lo ammaliava profondamente."   
 
Le parole di P. Govindasamy (presidente della SAIFA) si specchiano in quello che è stato, segretamente, un inaspettato attivista della pelota.

Risale ai primi anni del secolo, difatti, la fondazione, da parte del Mahatma, di ben 3 compagini futboliste: divise tra Durban, Pretoria e Johannesburg.

Denominatore comune era il nome: tutte le squadre si chiamavano Passive Resisters Football Club. Un grido forte, richiamo deciso delle masse, con connotati politico-sociali di sublime caratura.

Gandhi ed il potere del calcio, il calcio ed il carisma di Gandhi. Sodalizio spirituale.

Si narra che, alle gare di queste tre società, arrivassero in migliaia di adepti del football e dell'impegno civile. Immedesimati in quei ragazzi non stipendiati, semplici amatori, che calciavano rudemente verso la porta.
Folle magnetizzate dai pamphlets e dalle arringhe di quel giovane avvocato d'origine indiana, che alzava voce e pesanti invettive durante l'intervallo.   

Nessuno schiamazzo con Ilaria D'Amico, nessuna giacca gialla scaramantica, nessun esonero lampo.

Un dirigente illuminato. Pronto a raccogliere soldi per le famiglie dei perseguitati, pronto ad elevare socialmente ciò che più meravigliava il suo forte intelletto e la sua anima candida.

Sarebbero vibrati i baffi del Mahatma, eccome se l'avrebbero fatto. Impercettibilmente, però, sempre riflessivi anche davanti ad una pennellata di Alex: con i passi contati, con la barriera superata.