di Gianmarco Pacione (per la puntata precedente clicca qui)
Lo schermo a mezz’altezza emana il tipico calore
sudamericano. Fiumi di parole che si susseguono in una fila indiana scomposta,
dal passo insostenibile. Pensieri, offese, è così difficile capire. Ma cos’ho
imparato quei tre anni alle medie? Rifletto un istante. Ricordo solo sanissime risate
scomposte.
Il corridoio mi spinge deciso verso lo scheletro d’una sala
ricreativa. Nuda, spoglia. Quattro sedie fremono sole, cigolanti e insicure. Scelgo
di restare in piedi, di fianco al tavolo da ping-pong.
“Dottore ma queste racchette? Non le cambiate dal ’52 mi sa!”.
Sullo sfondo una forbice si muove freneticamente di fronte ad uno specchio. Mi
volto ma ecco tornare la cascata di parole che mi aveva accompagnato fino a
poco prima.
“¡Avíspate re-huevón!”. Come? Ho sentito bene?
“¡Desconchetumadrízate!”. L’impatto è violento. Sembrano parole
rivolte a me e di certo non si tratta di complimenti.
“¡Feo, mamón y no sabís nada!”. In sovrimpressione un nome e
un cognome che avevo già notato: Eduardo Bonvallet. Poco più in alto una
camicia di pixel di dubbissima definizione. Un comico. Gesti ampi, braccia che
vanno avanti e indietro. Una cravatta abbandonata a se stessa. Poi un indice,
puntato verso la telecamera, verso di me. Verso di me?
Bonvallet durante il focus tattico sulla nazionale cilena
“¡Ahuevonado al máximo! Si, dico a te italiano.”. Sbatto le
palpebre e inarco le sopracciglia.
“Ehm, dottor Escobar? Dottor Escobar? -deglutisco- Ma, è
possibile che l’uomo nella televisione stia parlando con me?”.
di Gian Maria Campedelli (per seguirci sul Facebook, CLICCA QUI)
Sarà che siamo abituati, qui nel
nostro Paese, a schiere di calciatori abbronzati
e impomatati, pronti a fuggire a Formentera appena dopo l'ultimo
fischio dell'ultima gara di campionato. Sarà che i modelli di
milioni di giovani sono bamboccioni viziati che prendono a calci un
pallone ma diventano veramente celebri per le loro apparizioni in
discoteche, programmi televisivi di dubbio spessore e pagine di
giornali patinati, mano nella mano con qualche divetta del (oramai
compianto) tubo catodico. Sarà che in Italia, poi, la colonna sonora
della carriera di un calciatore, dentro e fuori dal campo, dentro e fuori gli studi televisivi, prevede la peggior musica da discoteca adriatica, rozza e martellante, che
dura una stagione e poi muore, come merita, soffocata nel
dimenticatoio. Come loro: spesso e volentieri, durano una stagione,
poi migrano, cambiano maglia, dove il tintinnio della moneta sonante è più squillante. Sarà per tutto questo, e sicuramente anche per altro, che ci incantiamo di fronte a
storie come quella di Paul McGregor, uno che coi calciatori odierni e nostrani
ha poco a che spartire.
McGregor agli inizi della sua breve
carriera da calciatore, in maglia
Nottingham Forest.
Paul nasce nel 1974 a Liverpool, una
città che di pallone e musica ha vissuto e continua a vivere con
orgoglio, con i confini dei due mondi che si mescolano e rendono la
città viva, viva nell'anima. Cresce però nel vivaio del Nottingham
Forest e non è solo il pallone a monopolizzare il suo tempo. C'è un'altra passione, forte quanto quella per il football, ed è quella per la musica. McGregor ha un gruppo che fa
britpop, uno delle centinaia di gruppi che suonano quel genere di
musica in quel periodo in quella parte di mondo, si chiamano Merc e insieme al Nottingham sono l'altra sua squadra, quella che alle
maglie reds oppone eleganti divise casual.
Accade che dal 1995 le due strade
battute da Paul sembrano iniziare una piacevole discesa: comincia a
trovare spazio nella prima squadra del Forest, a giocare, a segnare
qualche gol (è un attaccante, e il punto più alto della sua storia
d'amore con i Tricky Trees sarà una rete decisiva al passaggio del
turno, segnata negli ottavi di Coppa Uefa contro il Lione) e pare che i Merc abbiano attirato
l'attenzione di un certo Alan McGee.
Alan McGee, nell'ambiente
pop/rock del tempo, è il talent scout degli Oasis: come a dire, se
vogliamo, il lungimirante scopritore dei nuovi Maradona cazzoni della musica.
McGregor incanta come giovane promessa i tifosi del City Ground, col
suo stile di gioco grintoso, col suo spirito di sacrificio, con la
sua tenacia e, come leader dei Merc, solletica l'appetito di critici
e giornalisti. Il momento d'oro, però, non dura.
Liam Gallagher e McGee, colui che scoprì gli Oasis.
Al Nottingham inizia a perdere
posizioni nelle gerarchie dell'attacco: viene superato da Saunders,
Roy, Kevin Campbell, Lee e pure da Andrea Silenzi, “il Pennellone”,
ex Toro. I giorni di gloria, quelli da luminosa promessa, sembrano
diventare uno sbiadito ricordo e come se non bastasse le
aspettative sul futuro dei Merc si sgonfiano, come palloncini dopo
una festa. McGee, il quale aveva programmato di assistere ad un live
del gruppo al Rock City di Nottingham, al concerto non si presenterà mai. Da lì in poi, la
celebrità raggiunta dal “primo calciatore Britpop”, così come
era stato ribattezzato dai media, comincia a svanire. McGregor, che era
sul punto di raggiungere due vette, d'un tratto si ritrova di nuovo al primo tornante, con le ruote della bici sgonfie. Dal 1998 fino al 2003, anno in cui
chiude la sua carriera, comincia a girovagare per l'Inghilterra, attraverso le sue leghe minori.
Prima in prestito, poi ceduto definitivamente dal Forest, vestirà le
maglie di Carlisle, Preston North End, Plymouth e, infine,
Northampton. I Merc invece si scioglieranno, lasciando dietro di loro
pochissime tracce e tante illusioni.
Paul a fine carriera, in maglia Northampton (foto: NME.com)
Ma McGregor non uscirà di scena:
abbandonato per sempre il pallone, si ritira solo temporaneamente dai
palchi dei club d'Inghilterra, tornando nel 2006. Dal Britpop si è
passati ad un rock industriale, più cupo, dai giovani Merc si è
passati ai più esperti Ulterior. Paul ora si fa chiamare “Honey”
e dopo l'album d'esordio i risultati, stavolta, arrivano: la band
viene citata e recensita sulle pagine delle più importanti riviste
musicali del Paese -NME su tutte- e collabora con artisti di fama
internazionale (Horrors e Zlaya Hadzic). McGregor riscopre il brivido
del rock, e sembra che la lieta disputa del suo cuore abbia finalmente un reale vincitore: le note trionfano sul cuoio.
(qui "Wild in wildlife", singolo più riuscito del secondo album degli Ulterior)
La storia di Paul, a ben vedere, non ha
i crismi della leggenda, ma profuma di quella curiosa normalità
anglosassone che, per noi italiani, diventa affascinante anormalità. Non è stato il Micheal Owen della sua generazione e di
certo nemmeno il successore Liam Gallagher, su questo non c'è
dubbio, ma ha provato a rimanere in equilibrio su due fili,
fragili e sottili, governando, nel punto più infuocato della sua
gioventù, carriere che per noi comuni mortali sono la Sacra
unione di due paradisi terreni. McGregor non è mai stato un normale calciatore e non
sarà mai solo il leader degli Ulterior: è il nostro alter ego, di
noi che calciamo palloni sgualciti su campi d'erba sintetica, di noi
che proviamo ad assomigliare a Ian Brown per qualche ora, con lo stereo a
tutto volume e la voce che prova ad andarci sopra. Lui è stato come
noi, solo un po' più talentuoso... e forse anche un po' più affascinante. Ma
a onor del vero, di questo, non mi interessa proprio un cazzo.
C’est si bon. Anche Louis Armstrong è stato nizzardo per
tre, intense, parole. Pops e la sua tromba, figli dell’estro d’Henri Betti. Distanti
un oceano dal loro timido genitore, nascosto tra spartiti e note, allattato
maternamente, in tutto il suo genio, dai colori della Vieux-Nice.
Gli anni ’60 come oggi. Una pastellata meraviglia, marcato
contorno dell’umido ciottolato. Finestre verdi senza età, affacciate, come
bambini curiosi, alla continua ricerca della spuma marina, della dorata sabbia.
Un grembo artistico dal sapore di salsedine.
Le BSN, sciolte nel 2010 dal Ministero dell'Interno francese
Nizza attrattiva, Nizza affascinante quasi quanto il suo
popolo. Miscuglio linguistico e culturale ai limiti dell’irreale. Origini
italiane, attualità francese. In tutto questo un’unica, enorme certezza: il
senso d’appartenenza all’aquila incoronata. Tipico atteggiamento dei popoli
costieri, tipica irrazionale compattezza di chi dovrebbe essere tutt’altro, di
chi dovrebbe attingere al cosmopolitismo come primaria dottrina, di chi
dovrebbe amare tutti. Dovrebbe.
di Gian Maria Campedelli(per seguirci su Facebook, clicca QUI)
Gordon, con quel viso pensoso, accigliato, lo
sguardo profondo ed indecifrabile, i lineamenti poco britannici e
molto sudamericani. Il più grande, l'unico, il nostalgico faro che
getta ombre su tutti gli sfortunati successori che la storia ha
giustiziato lungo i lustri, fino ad oggi. Atipico fisicamente e non
solo. Perché i maestri inglesi hanno sempre avuto una non indifferente
mancanza, un vuoto decisivo: il portiere. Il guardiano della rete,
colui che, e la metafora in questo caso si presta alla
perfezione, ha il compito di difendere i confini, l'ultimo presidio:
nessuno prima, nessuno dopo Gordon Banks, il simbolo di un'epoca, di
una speranza e, soprattutto, di un trionfo, quello del Mondiale del
1966. Eppure non esiste solo il Banks come parte essenziale di un
tutto: esiste il Banks solitario, il protagonista di uno dei duelli
individuali più appassionanti e fugaci della Storia. Inutile, a
posteriori, ai fini di albi d'oro e trionfi ma imprescindibile,
ancora oggi, se si vuol gustare a fondo l'essenza magnetica di questo gioco
divino.
Banks in volo in allenamento (fonte: dailymail.co.uk)
Guadalajara, 1970. Il sole brucia il
prato verde dello stadio, è ora di pranzo, i Tre Leoni inglesi
sfidano il Brasile. E' il meglio che il calcio mondiale possa
offrire: i campioni del mondo in carica contro i favoriti, gli eterni
favoriti, gli inarrivabili artisti del futebol, capitanati da Pelé e
dalla sua lunga schiera di fenomenali destrieri. Niente di meglio. La
partita la vinceranno proprio loro, i verdeoro, grazie a un gol, un
bellissimo gol, di Jairzinho. Uno a zero, entrambe le squadre
supereranno il girone, ma l'Inghilterra verrà comunque eliminata ai
quarti. Il Brasile, invece... beh, sappiamo tutti com'è andata a finire. Ma ancora una volta il risultato, a noi cultori del superfluo essenziale, non interessa.
Anzi, di quella memorabile e storica
partita, paradossalmente, contano solo pochi secondi. Forse ancora
meno. Contano pochi centesimi di secondo. Il Brasile è superiore, in
tutto e per tutto, aiutato (o quantomeno non danneggiato) anche dal
rovente caldo che poco si sposa con le attitudini degli avversari, ma
non solo. I Carioca sono semplicemente una gioiosa e temibile armata
senza pietà. Ma nonostante tutto, nonostante tabellini, statistiche
e numeri, quel pomeriggio a Guadalajara il protagonista non è nero e
non indossa i colori dei favoriti. Non indossa nemmeno l'elegante
completino bianco inglese, ma anzi una maglia blu. Si chiama Gordon
Banks, di ruolo fa il portiere, il ruolo dell'unicità per eccellenza, e quel pomeriggio a Guadalajara ha
inciso il suo nome nella storia, per sempre, autore “della più
grande parata del secolo”, trionfatore incredulo del duello col più
grande, O Rei Pelè.
Jairzinho è lanciato sulla corsia di
destra, salta Cooper con disinvoltura, ma la palla sembra scorrere
fuori, in fallo di fondo. Il numero 7 però ha un sussulto, riesce in
un decisivo allungo prima che la sfera termini fuori: crossa al
centro, ad occhi chiusi forse, a memoria, con la certezza che là dentro, “in the box”, ci sia pronto qualcuno dei suoi.
D'altronde, loro, erano i migliori, e ai migliori riesce sempre
tutto, a occhi aperti o chiusi poco importa. Il pallone s'impenna e sembra voler scendere proprio sulla
testa di Pelè: il balzo della Perla Nera è da schiacciatore di
pallacanestro. Sovrasta il difensore con esplosiva prepotenza,
schiaccia il pallone di testa. Lo schiaccia forte, con la rabbia e la
fame insaziabile di chi non vuole e non può aver pietà. Banks deve
attraversare tutta la porta, dal primo palo difeso in occasione del
cross di Jarizinho, fino all'altra estremità, dove è indirizzato il
colpo di testa del numero 10 verdeoro. Il pallone, schiacciato a
terra, prende ancora più forza e scappa veloce ed apparentemente
inesorabile verso la rete, appena sotto la traversa. Sembra. Perchè
Gordon compie un gesto che racchiude tutto: istinto, follia,
atletismo, agilità, romanticismo, poesia, dramma. Tutto quanto, in
qualche centesimo di secondo, a Guadalajara, sotto un cielo bruciato.
Si inarca, come un'onda, e con il viso rivolto verso la linea di
porta e le gambe verso l'interno del campo riesce a sopraffare il
destino. Gli dice no. Dice no a lui e a Pelè, dice che non ci sta.
Non crolla, gli costasse anche l'osso del collo, Banks, l'uomo con i
lineamenti da indio è un inglese ruvido, uno pronto a tutto per i Tre
Leoni. E lo dimostra, improvvisandosi tuffatore olimpionico, salvando
il pallone a pochi centimetri dalla riga, a pochi centimetri
dall'ennesima prodezza del solito mostro brasiliano. La palla,
toccata dai guanti bianchi di Gordon, si impenna, perde velocità, e per un
attimo i brasiliani, sicuri che sarebbe entrata, si
saranno sentiti sollevati nel vederla ballare a ridosso della riga. “Deve
entrare, entrerà, entrerà”. E invece no, lesa maestà. Il pallone
si alza e sorvola la traversa, uscendo in calcio d'angolo.
Un fotogramma della "parata del secolo" (fonte:
guardian.co.uk)
Banks si alza, incassa il timido
complimento di un suo compagno, e torna a prendere posto sulla riga
di porto, lo sguardo basso. La solita camminata un po' ciondolante,
la schiena piegata, i capelli che gli cadono sulla fronte abbronzata.
Sembra non rendersi conto di ciò che ha appena compiuto. I volti attoniti e sconvolti dei presenti e dei milioni di appassionati di fronte alle televisioni di tutto il mondo. Pelé e i
suoi compagni, abituati alle loro prodezze, iniziano a provare un
feroce odio, tramutato presto in ammirazione, in un silenzioso
inchino di fronte alla giocata più bella e inattesa che quel giorno
il mondo potesse desiderare di ammirare.
Sta tutto lì dentro per gli inglesi, eterni orfani di guardiani affidabili, muri inscalfibili, estremi
salvatori del Regno. Sta tutto lì, ciò che fu e ciò che venne
dopo, prima o poi vi si ritorna sempre. Sta tutto dentro a Guadalajara, a Pelè, a
Gordon Banks e al suo balzo. Con il cuore inondato di nostalgia
e l'orgoglio vivo di una Storia perdente ma da non rinnegare. Mai.
Honoré de Balzac-Trattato della vita elegante (1830)
Lo ammetto, ancora oggi ho il pallino dei capelli afro. Non perchè sogni sparatorie tra Crips e Bloods, pantaloni a vita bassa e bandane multicolore condite da denti dorati; sia chiaro, li vorrei semplicemente per risultare elegante.
La coppa di Wimbledon alzata da Ashe
Equazione stravagante, ma facilmente spiegabile.
Definirmi immaturo durante gli anni delle superiori penso fosse e sia molto limitante. Andavo alla scoperta dei primi miti sportivi, delle apparenti storie di nicchia di Sport Week; ero fierissimo dell'omonimia con Gianmarco Frezza. Predicavo qualità di Leo Junior ai miei amici senza neppure averlo visto giocare una singola volta, simulavo falli subiti durante le partite di calcetto a scuola. Vivevo in un mondo al limite tra lo psicotico e l'inspiegabile.
In tutta questa baraonda dell'originale superfluo avevo una fissa, nata per caso.
di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook CLICCA QUI)
C'è qualcosa che non quadra. Ed è un
bene. “Football not politics” è uno dei motti più in voga fra
puristi, funzionari e affaristi del calcio: tre categorie nettamente distinte
che però, almeno su questo punto, vogliono pensarla allo stesso
modo. Il calcio non è politica, fuori la politica dagli stadi,
niente politica a ridosso del prato verde. Ma il calcio è un gioco e molto
altro di più, e allora cosa succede quando il suo popolo scende
dagli spalti e si riversa nelle strade?
Domenico Giampà esultante a San Siro in maglia messinese
Ogni tanto compaiono flash, immagini che si generano
improvvisamente, ricordi indelebili ma mai esplorati. Succede quando meno si è
preparati, quando la mente viaggia libera tra pinte e risate. Ed è proprio così
che, non più tardi di due sere fa, mi è capitato di pensare a Domenico Giampà.