sabato 24 agosto 2013

ARRIVEDERCI ESTATE, NON CI MANCHERAI...

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook CLICCA QUI)



E' arrivato il giorno. Quello che per tre mesi attendi maledendo quotidiani sportivi e amichevoli estive giocate camminando in alta quota. Il giorno di cui si parla e fantastica camminando su litorali affollati, con gli occhi che brillano d'eccitazione perché ogni minuto che passa è un minuto in meno al traguardo. Il giorno dei grandi ritorni, il giorno attorno al quale ruotano umori, emozioni, gioie e delusioni; il battesimo di un altro anno all'inseguimento del brivido giusto, del momento supremo. Alla caccia di una vittoria, di una salvezza, di una degna sopravvivenza o, impresa più ardua di tutte, di un'identità.

La nuove Serie A 2013-2014 (foto: Sportlive.it)

E' arrivato il giorno in cui il bambino diventa grande e il grande ritorna bambino, dove si rovesciano gli equilibri di un mondo complicato e un po' bastardo. Il giorno in cui si rompono gli indugi, il giorno in cui finalmente ci si deve schierare, da una parte o dall'altra, in mezzo mai. Quelli in mezzo non partecipano alla festa, nemmeno vengono invitati.

E' il giorno in cui l'avvocato ritorna a battere le mani a fianco dell'operaio, il giorno in cui il figlio dell'industriale ricomincia a perdere la voce con il figlio del cassintegrato: è il giorno in cui tornano a farsi vivi gli incubi dei questori, il giorno in cui gli infami festeggiano perché avranno di nuovo qualcosa su cui scrivere o qualcuno contro cui puntare il dito.

E' anche il giorno in cui qualcuno ricomincia a correre e qualcuno torna a caricare, il giorno in cui nascono maledizioni da graziose labbra femminili, il giorno in cui le coppie figlie del solleone saltano in aria, il giorno in cui le mamme iniziano di nuovo a raccomandarsi con occhi amorosi ma stanchi.

E' arrivato il giorno delle lacrime rabbiose, delle bestemmie imboccando la via del ritorno, della birra calda e un po' sgasata, dei Borghetti lanciati aspettando il rumore di plastica sul cemento, di torce e sbirri e tensioni e boati ad un gol o per un rigore parato.

E' arrivato infine, facendosi attendere come l'ospite più gradito e desiderato, provocato e coccolato, accompagnato dagli ultimi caldi e vestito dei colori di un'estate che, per noi, dura sempre troppo tempo.

E' giunto sino a noi preceduto dalla numerosa fanfara di tamburi immaginari e cori masticati per scaricare l'adrenalina. Perché fino ad ora le gradinate son rimaste vuote ma si canta sempre, anche davanti ad uno specchio o in coda in autostrada. Così. Perché innamorati lo si è sempre, anzi, nei momenti di noia e difficoltà ancora di più, fino allo sfinimento. Il bello viene adesso: basta gitarelle serene in oasi silenziose, basta domeniche composte al fresco di un ombrellone, basta calciomercato, basta maledette vacanze.


Si torna a soffrire. Finalmente.   

venerdì 16 agosto 2013

Figli del mare, figli di Tuvalu: PENISULA e SEKIFU


 di Gianmarco Pacione (per seguirci su Facebook clicca qui)
Funafuti: l'atollo più grande di Tuvalu. In basso a sinistra l'unico campo da calcio della nazione.

Puntuale, rituale. Tokotasi sta gesticolando scenograficamente, sommerso da barba e occhi puerili. Ha abbandonato “Tofaga”, la sua stanca barca, da una trentina di passi sabbiosi, solo per accorrere a quella predica, la sua predica, ormai conosciuta da ogni singolo abitante dell’arcipelago di Tuvalu.

Partita dopo partita, pesce dopo pesce, bambino dopo bambino, la leggenda non muta, esce dalle sue labbra come un soffio dalle conchiglie, accompagnata da note ondose, dalle turbolenti  maglie azzurre della nazionale che si riscaldano a poche file legnose di distanza.

La zona centrale della gradinata
“Un tempo, quando gli abitanti dei nove atolli potevano sfiorarsi da una spiaggia all’altra, vi fu un ragazzo, Malakai. Coltivava delle piante di cocco poco lontano da qui. Una mattina Malakai trovò delle piante completamente tagliate, derubate dei loro frutti. Poche settimane dopo il furto si ripeté. Accadde poi una terza volta. Allora Malakai pensò per ore guardando le sue piante e si accorse come il ladro lo colpisse solo nelle notti di luna piena. Così il giovane attese sveglio e nascosto per notti e notti, fino a quando non giunse il colmo chiarore successivo. Iniziò a sentire voci di uomini e donne, poi il fruscio dei rami colpiti. Allora sparò, facendo fuggire i ladri, rincorrendoli nella spiaggia. Riuscì a raggiungere una giovane ragazza, la strinse a sé, ma proprio in quell’istante gli altri si tuffarono in mare, trasformandosi in delfini. Malakai portò la donna al villaggio e la sposò, donandole due figli. Poi, una sera, la giovane disse addio ai due figli ed al marito, si gettò in acqua e tornò ad essere un delfino. I suoi due figli diventarono i due pescatori ed i due calciatori migliori della nazione. Eccoli lì – urla Tokotasi, indicante tra la folla meravigliata – Penisula e Sekifu, gli eroi di Tuvalu.”.

Scricchiola la gradinata, piccolo centro d’una storia che mai è stata e mai sarà scritta. Non è gremita. I pochi presenti si allontanano da Tokotasi con il calcio d’inizio in vista; hanno l’aria di giovani confessati in attesa della comunione.

Uno scorcio di Tuvalu-Tahiti
L’anziano cantastorie osserva compiaciuto, arriccia la barba. Le nuvole hanno sostituito le sue parole, ora sono loro a danzare sulle instancabili note ondose. Lo fanno insieme alle undici maglie azzurre impegnate contro la Nuova Caledonia.

Il fischio d’inizio. Tokotasi è consapevole, per un lunghissimo istante, d’essere inconsapevole.

Inconsapevole d’appartenere alla seconda nazione meno popolata della Terra, con solo 9929 abitanti. Inconsapevole d’essere in uno stadio dalle dimensioni irrisorie: il Tuvalu Sports Ground, capace d’ospitare 1500 spettatori in un unico settore dal sapore esotico.

Contorno di piante, erba, mare, di gustose pennellate di Gauguin; non potrebbe essere differente per l’unico campo di calcio regolare presente in questo Stato. Unico. Troppo fini le lingue di terra dei nove atolli, troppo forte la stretta dell’oceano Pacifico per ospitare più d’un conforme prato verde.

La partita è bloccata, o meglio, la partita è inguardabile. Una sorta di sfida alle massime vette dell’orrendo, talmente inesplorate dal risultare, per certi inspiegabili versi, affascinanti. Palloni che viaggiano morbidi come pietre in un flipper. Palloni che si perdono oltre la collina, tra la sabbia dorata. Palloni stuprati, maltrattati.

Maukobe Penisula
Tokotasi sfrega le mani in una tasca, le unisce coprendo un amuleto. È in legno, come quasi tutto qui. È  intagliato a forma di delfino.

La chiusura difensiva di Penisula, signorile, fuori luogo. Il suo coast-to-coast senza il minimo controllo, la palla dentro per l’inserimento di Sekifu dalla mediana, a bucare i centrali Caledoniani.

“Guarda i tuoi figli!”, Tokotasi alza l’amuleto. La rete si gonfia, pare segua il movimento degli alberi di cocco mossi dal vento.

La gioia. Tokotasi come Bruce nella Kop, come Marco della Fiesole, come Paul nella muraglia gialla.

Le urla. Trasportate dal vento in ogni casa, in ogni isola dell’arcipelago, in ogni barca di questi 26 chilometri quadrati.

Il cuore che si riempie della signora Kalea, intenta a pulire il pesce. Ora sa che suo nipote sta vincendo. Le espressioni interrogative di turisti avventurosi, fermi davanti ad un aereo giapponese abbattuto durante la seconda guerra mondiale, maggior attrazione dell'entroterra di questo paradiso sperduto tra Hawaii e Australia. Il volto di Uota che si gira alla ricerca dello Sports Ground. Sta cavalcando l’azzurra “Tofaga” del padre, confondendosi con tutto ciò che lo guarda dall’alto e dal basso. Kolone ed Etimone che continuano a rincorrersi, non curanti del boato, ai margini della pista dell’aereoporto di Vaiaku, villaggio più importante di Tuvalu. Lo sanno i due bambini, oggi non arriveranno aerei, arrivano solo tre giorni a settimana quei mostri del cielo qui.

Viliamu Sekifu
Si abbracciano i due fratelli del mare, lo fanno a lungo vicino alla bandierina. Penisula è stato il primo a lasciare il suo Paese cercando fortuna, come calciatore professionista, nelle Fiji. Per adesso è ancora il solo ad averla trovata.

Sekifu ha tagliato un altro traguardo storico, gonfiando la rete contro Tahiti nel 2007. Facendolo per la prima volta, nella sua patria, in una partita valida come qualificazione al Mondiale.

Il fischio arriva, di nuovo. Questa volta bussa tre volte alle orecchie tuvaluane. 1-0 alla Nuova Caledonia. Sekifu e Penisula si abbracciano, si stringono forte l’un l’altro, di nuovo. Tokotasi si asciuga le lacrime con le mani ancora chiuse, a protezione del suo sacro amuleto. I due figli di Malakai lì, davanti a lui. Ancora un brivido, un istante, questa volta di cruda consapevolezza. Le orecchie ora ascoltano un frastuono, non è più un melodico accompagnamento. Sta avanzando l’oceano, come sempre, inarrestabile.

“Dicono che manchi poco, saremo sommersi tutti. D’altronde viviamo in terre che si alzano, al massimo, poco più di quattro metri sopra il livello del mare. Cambiamento climatico, surriscaldamento. Non capisco, l’oceano un tempo ci abbracciava, sembrava uguale a Sekifu e Penisula. Ora ci sta stritolando. Ci mancano il respiro, il futuro”.

Tokotasi osserva il mare a destra, a sinistra, ovunque l’orizzonte è azzurro. Come Malakai capisce chi è il ladro, capisce chi, ogni giorno, gli sottrae un lembo di terra, un lembo d’anima.

Tre delfini nelle acque Tuvaluane
Il vecchio pescatore alza improvvisamente il suo tesoro, lo tiene saldo, radicato nelle sue braccia nodose ma fiere. Che lo stritoli pure l’oceano, che sommerga la sua casa, che distrugga la sua “Tofaga”, che inondi il Tuvalu Sports Ground. Che gli neghi pure la patria, l’identità.

Sekifu e Penisula si voltano verso la gradinata, uno sotto il braccio dell’altro. Incrociano volutamente lo sguardo con Tokotasi, poi lo spostano, religiosi, verso l’intagliato legno mistico. Cinque, dieci, trenta secondi. Gli occhi di due figli che omaggiano la propria genitrice. Poi eccoli tornare a Tokotasi. Un cenno, un gesto con il capo quasi impercettibile. Avanti e indietro. Innegabile affermazione.

L’asceta narratore di leggende nuoterà con loro. Lo farà la prossima notte di luna piena, lo farà per sempre, anche con la sua amata Tuvalu completamente soffocata dall’oceano. Cavalcherà le onde sul dorso di Sekifu e Penisula, stringendo forte tra le mani la loro madre, proprio come fece il giovane Malakai quando ancora gli abitanti degli atolli potevano sfiorarsi da una spiaggia all’altra.    
La gradinata del campo di Funafuti

domenica 4 agosto 2013

"LOCO", STANZA NUMERO 6. BONVALLET Y LOCÒ

di Gianmarco Pacione (per la puntata precedente clicca qui)


 

 Lo schermo a mezz’altezza emana il tipico calore sudamericano. Fiumi di parole che si susseguono in una fila indiana scomposta, dal passo insostenibile. Pensieri, offese, è così difficile capire. Ma cos’ho imparato quei tre anni alle medie? Rifletto un istante. Ricordo solo sanissime risate scomposte.

Il corridoio mi spinge deciso verso lo scheletro d’una sala ricreativa. Nuda, spoglia. Quattro sedie fremono sole, cigolanti e insicure. Scelgo di restare in piedi, di fianco al tavolo da ping-pong.

Dottore ma queste racchette? Non le cambiate dal ’52 mi sa!”. Sullo sfondo una forbice si muove freneticamente di fronte ad uno specchio. Mi volto ma ecco tornare la cascata di parole che mi aveva accompagnato fino a poco prima.

¡Avíspate re-huevón!”. Come? Ho sentito bene?

¡Desconchetumadrízate!”. L’impatto è violento. Sembrano parole rivolte a me e di certo non si tratta di complimenti.

¡Feo, mamón y no sabís nada!”. In sovrimpressione un nome e un cognome che avevo già notato: Eduardo Bonvallet. Poco più in alto una camicia di pixel di dubbissima definizione. Un comico. Gesti ampi, braccia che vanno avanti e indietro. Una cravatta abbandonata a se stessa. Poi un indice, puntato verso la telecamera, verso di me. Verso di me?
Bonvallet durante il focus tattico sulla nazionale cilena

¡Ahuevonado al máximo! Si, dico a te italiano.”. Sbatto le palpebre e inarco le sopracciglia.

Ehm, dottor Escobar? Dottor Escobar? -deglutisco- Ma, è possibile che l’uomo nella televisione stia parlando con me?”.

lunedì 29 luglio 2013

PAUL McGREGOR: IL PRIMO CALCIATORE BRITPOP

di Gian Maria Campedelli (per seguirci sul Facebook, CLICCA QUI)



Sarà che siamo abituati, qui nel nostro Paese, a schiere di calciatori abbronzati e impomatati, pronti a fuggire a Formentera appena dopo l'ultimo fischio dell'ultima gara di campionato. Sarà che i modelli di milioni di giovani sono bamboccioni viziati che prendono a calci un pallone ma diventano veramente celebri per le loro apparizioni in discoteche, programmi televisivi di dubbio spessore e pagine di giornali patinati, mano nella mano con qualche divetta del (oramai compianto) tubo catodico. Sarà che in Italia, poi, la colonna sonora della carriera di un calciatore, dentro e fuori dal campo, dentro e fuori gli studi televisivi, prevede la peggior musica da discoteca adriatica, rozza e martellante, che dura una stagione e poi muore, come merita, soffocata nel dimenticatoio. Come loro: spesso e volentieri, durano una stagione, poi migrano, cambiano maglia, dove il tintinnio della moneta sonante è più squillante. Sarà per tutto questo, e sicuramente anche per altro, che ci incantiamo di fronte a storie come quella di Paul McGregor, uno che coi calciatori odierni e nostrani ha poco a che spartire.

McGregor agli inizi della sua breve
carriera da calciatore, in maglia
Nottingham Forest.

Paul nasce nel 1974 a Liverpool, una città che di pallone e musica ha vissuto e continua a vivere con orgoglio, con i confini dei due mondi che si mescolano e rendono la città viva, viva nell'anima. Cresce però nel vivaio del Nottingham Forest e non è solo il pallone a monopolizzare il suo tempo. C'è un'altra passione, forte quanto quella per il football, ed è quella per la musica. McGregor ha un gruppo che fa britpop, uno delle centinaia di gruppi che suonano quel genere di musica in quel periodo in quella parte di mondo, si chiamano Merc e insieme al Nottingham sono l'altra sua squadra, quella che alle maglie reds oppone eleganti divise casual. 


Accade che dal 1995 le due strade battute da Paul sembrano iniziare una piacevole discesa: comincia a trovare spazio nella prima squadra del Forest, a giocare, a segnare qualche gol (è un attaccante, e il punto più alto della sua storia d'amore con i Tricky Trees sarà una rete decisiva al passaggio del turno, segnata negli ottavi di Coppa Uefa contro il Lione) e pare che i Merc abbiano attirato l'attenzione di un certo Alan McGee. 

Alan McGee, nell'ambiente pop/rock del tempo, è il talent scout degli Oasis: come a dire, se vogliamo, il lungimirante scopritore dei nuovi Maradona cazzoni della musica. McGregor incanta come giovane promessa i tifosi del City Ground, col suo stile di gioco grintoso, col suo spirito di sacrificio, con la sua tenacia e, come leader dei Merc, solletica l'appetito di critici e giornalisti. Il momento d'oro, però, non dura.

Liam Gallagher e McGee, colui che scoprì gli Oasis.

Al Nottingham inizia a perdere posizioni nelle gerarchie dell'attacco: viene superato da Saunders, Roy, Kevin Campbell, Lee e pure da Andrea Silenzi, “il Pennellone”, ex Toro. I giorni di gloria, quelli da luminosa promessa, sembrano diventare uno sbiadito ricordo e come se non bastasse le aspettative sul futuro dei Merc si sgonfiano, come palloncini dopo una festa. McGee, il quale aveva programmato di assistere ad un live del gruppo al Rock City di Nottingham, al concerto non si presenterà mai. Da lì in poi, la celebrità raggiunta dal “primo calciatore Britpop”, così come era stato ribattezzato dai media, comincia a svanire. McGregor, che era sul punto di raggiungere due vette, d'un tratto si ritrova di nuovo al primo tornante, con le ruote della bici sgonfie. Dal 1998 fino al 2003, anno in cui chiude la sua carriera, comincia a girovagare per l'Inghilterra, attraverso le sue leghe minori. Prima in prestito, poi ceduto definitivamente dal Forest, vestirà le maglie di Carlisle, Preston North End, Plymouth e, infine, Northampton. I Merc invece si scioglieranno, lasciando dietro di loro pochissime tracce e tante illusioni.

Paul a fine carriera, in maglia Northampton (foto: NME.com)


Ma McGregor non uscirà di scena: abbandonato per sempre il pallone, si ritira solo temporaneamente dai palchi dei club d'Inghilterra, tornando nel 2006. Dal Britpop si è passati ad un rock industriale, più cupo, dai giovani Merc si è passati ai più esperti Ulterior. Paul ora si fa chiamare “Honey” e dopo l'album d'esordio i risultati, stavolta, arrivano: la band viene citata e recensita sulle pagine delle più importanti riviste musicali del Paese -NME su tutte- e collabora con artisti di fama internazionale (Horrors e Zlaya Hadzic). McGregor riscopre il brivido del rock, e sembra che la lieta disputa del suo cuore abbia finalmente un reale vincitore: le note trionfano sul cuoio.


             (qui "Wild in wildlife", singolo più riuscito del secondo album degli Ulterior)

La storia di Paul, a ben vedere, non ha i crismi della leggenda, ma profuma di quella curiosa normalità anglosassone che, per noi italiani, diventa affascinante anormalità. Non è stato il Micheal Owen della sua generazione e di certo nemmeno il successore Liam Gallagher, su questo non c'è dubbio, ma ha provato a rimanere in equilibrio su due fili, fragili e sottili, governando, nel punto più infuocato della sua gioventù, carriere che per noi comuni mortali sono la Sacra unione di due paradisi terreni. McGregor non è mai stato un normale calciatore e non sarà mai solo il leader degli Ulterior: è il nostro alter ego, di noi che calciamo palloni sgualciti su campi d'erba sintetica, di noi che proviamo ad assomigliare a Ian Brown per qualche ora, con lo stereo a tutto volume e la voce che prova ad andarci sopra. Lui è stato come noi, solo un po' più talentuoso... e forse anche un po' più affascinante. Ma a onor del vero, di questo, non mi interessa proprio un cazzo.  

giovedì 25 luglio 2013

ALEXY BOSETTI, GIOVANE ORGOGLIO NIZZARDO

 di Gianmarco Pacione (per seguircisu FB clicca qui)
Bosetti con la sua amata Popoulaire Sud
C’est si bon. Anche Louis Armstrong è stato nizzardo per tre, intense, parole. Pops e la sua tromba, figli dell’estro d’Henri Betti. Distanti un oceano dal loro timido genitore, nascosto tra spartiti e note, allattato maternamente, in tutto il suo genio, dai colori della Vieux-Nice.

Gli anni ’60 come oggi. Una pastellata meraviglia, marcato contorno dell’umido ciottolato. Finestre verdi senza età, affacciate, come bambini curiosi, alla continua ricerca della spuma marina, della dorata sabbia. Un grembo artistico dal sapore di salsedine.

Le BSN, sciolte nel 2010 dal Ministero dell'Interno francese
Nizza attrattiva, Nizza affascinante quasi quanto il suo popolo. Miscuglio linguistico e culturale ai limiti dell’irreale. Origini italiane, attualità francese. In tutto questo un’unica, enorme certezza: il senso d’appartenenza all’aquila incoronata. Tipico atteggiamento dei popoli costieri, tipica irrazionale compattezza di chi dovrebbe essere tutt’altro, di chi dovrebbe attingere al cosmopolitismo come primaria dottrina, di chi dovrebbe amare tutti. Dovrebbe.

martedì 16 luglio 2013

L'ISTANTE ETERNO DI GORDON

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook, clicca QUI)


Gordon, con quel viso pensoso, accigliato, lo sguardo profondo ed indecifrabile, i lineamenti poco britannici e molto sudamericani. Il più grande, l'unico, il nostalgico faro che getta ombre su tutti gli sfortunati successori che la storia ha giustiziato lungo i lustri, fino ad oggi. Atipico fisicamente e non solo. Perché i maestri inglesi hanno sempre avuto una non indifferente mancanza, un vuoto decisivo: il portiere. Il guardiano della rete, colui che, e la metafora in questo caso si presta alla perfezione, ha il compito di difendere i confini, l'ultimo presidio: nessuno prima, nessuno dopo Gordon Banks, il simbolo di un'epoca, di una speranza e, soprattutto, di un trionfo, quello del Mondiale del 1966. Eppure non esiste solo il Banks come parte essenziale di un tutto: esiste il Banks solitario, il protagonista di uno dei duelli individuali più appassionanti e fugaci della Storia. Inutile, a posteriori, ai fini di albi d'oro e trionfi ma imprescindibile, ancora oggi, se si vuol gustare a fondo l'essenza magnetica di questo gioco divino.

Banks in volo in allenamento (fonte: dailymail.co.uk)


Guadalajara, 1970. Il sole brucia il prato verde dello stadio, è ora di pranzo, i Tre Leoni inglesi sfidano il Brasile. E' il meglio che il calcio mondiale possa offrire: i campioni del mondo in carica contro i favoriti, gli eterni favoriti, gli inarrivabili artisti del futebol, capitanati da Pelé e dalla sua lunga schiera di fenomenali destrieri. Niente di meglio. La partita la vinceranno proprio loro, i verdeoro, grazie a un gol, un bellissimo gol, di Jairzinho. Uno a zero, entrambe le squadre supereranno il girone, ma l'Inghilterra verrà comunque eliminata ai quarti. Il Brasile, invece... beh, sappiamo tutti com'è andata a finire. Ma ancora una volta il risultato, a noi cultori del superfluo essenziale, non interessa.

Anzi, di quella memorabile e storica partita, paradossalmente, contano solo pochi secondi. Forse ancora meno. Contano pochi centesimi di secondo. Il Brasile è superiore, in tutto e per tutto, aiutato (o quantomeno non danneggiato) anche dal rovente caldo che poco si sposa con le attitudini degli avversari, ma non solo. I Carioca sono semplicemente una gioiosa e temibile armata senza pietà. Ma nonostante tutto, nonostante tabellini, statistiche e numeri, quel pomeriggio a Guadalajara il protagonista non è nero e non indossa i colori dei favoriti. Non indossa nemmeno l'elegante completino bianco inglese, ma anzi una maglia blu. Si chiama Gordon Banks, di ruolo fa il portiere, il ruolo dell'unicità per eccellenza, e quel pomeriggio a Guadalajara ha inciso il suo nome nella storia, per sempre, autore “della più grande parata del secolo”, trionfatore  incredulo del duello col più grande, O Rei Pelè.


Jairzinho è lanciato sulla corsia di destra, salta Cooper con disinvoltura, ma la palla sembra scorrere fuori, in fallo di fondo. Il numero 7 però ha un sussulto, riesce in un decisivo allungo prima che la sfera termini fuori: crossa al centro, ad occhi chiusi forse, a memoria, con la certezza che là dentro, “in the box”, ci sia pronto qualcuno dei suoi. D'altronde, loro, erano i migliori, e ai migliori riesce sempre tutto, a occhi aperti o chiusi poco importa. Il pallone s'impenna e sembra voler scendere proprio sulla testa di Pelè: il balzo della Perla Nera è da schiacciatore di pallacanestro. Sovrasta il difensore con esplosiva prepotenza, schiaccia il pallone di testa. Lo schiaccia forte, con la rabbia e la fame insaziabile di chi non vuole e non può aver pietà. Banks deve attraversare tutta la porta, dal primo palo difeso in occasione del cross di Jarizinho, fino all'altra estremità, dove è indirizzato il colpo di testa del numero 10 verdeoro. Il pallone, schiacciato a terra, prende ancora più forza e scappa veloce ed apparentemente inesorabile verso la rete, appena sotto la traversa. Sembra. Perchè Gordon compie un gesto che racchiude tutto: istinto, follia, atletismo, agilità, romanticismo, poesia, dramma. Tutto quanto, in qualche centesimo di secondo, a Guadalajara, sotto un cielo bruciato. Si inarca, come un'onda, e con il viso rivolto verso la linea di porta e le gambe verso l'interno del campo riesce a sopraffare il destino. Gli dice no. Dice no a lui e a Pelè, dice che non ci sta. Non crolla, gli costasse anche l'osso del collo, Banks, l'uomo con i lineamenti da indio è un inglese ruvido, uno pronto a tutto per i Tre Leoni. E lo dimostra, improvvisandosi tuffatore olimpionico, salvando il pallone a pochi centimetri dalla riga, a pochi centimetri dall'ennesima prodezza del solito mostro brasiliano. La palla, toccata dai guanti bianchi di Gordon, si impenna, perde velocità, e per un attimo i brasiliani, sicuri che sarebbe entrata, si saranno sentiti sollevati nel vederla ballare a ridosso della riga. “Deve entrare, entrerà, entrerà”. E invece no, lesa maestà. Il pallone si alza e sorvola la traversa, uscendo in calcio d'angolo.

Un fotogramma della "parata del secolo" (fonte:
guardian.co.uk)
Banks si alza, incassa il timido complimento di un suo compagno, e torna a prendere posto sulla riga di porto, lo sguardo basso. La solita camminata un po' ciondolante, la schiena piegata, i capelli che gli cadono sulla fronte abbronzata. Sembra non rendersi conto di ciò che ha appena compiuto. I volti attoniti e sconvolti dei presenti e dei milioni di appassionati di fronte alle televisioni di tutto il mondo. Pelé e i suoi compagni, abituati alle loro prodezze, iniziano a provare un feroce odio, tramutato presto in ammirazione, in un silenzioso inchino di fronte alla giocata più bella e inattesa che quel giorno il mondo potesse desiderare di ammirare.


Sta tutto lì dentro per gli inglesi, eterni orfani di guardiani affidabili, muri inscalfibili, estremi salvatori del Regno. Sta tutto lì, ciò che fu e ciò che venne dopo, prima o poi vi si ritorna sempre. Sta tutto dentro a Guadalajara, a Pelè, a Gordon Banks e al suo balzo. Con il cuore inondato di nostalgia e l'orgoglio vivo di una Storia perdente ma da non rinnegare. Mai.

venerdì 28 giugno 2013

AFRO ELEGANTE: ARTHUR ASHE E JOSÉ VELASQUEZ

di Gianmarco Pacione












"Ricchi si diventa, eleganti si nasce"
Honoré de Balzac-Trattato della vita elegante (1830)

Lo ammetto, ancora oggi ho il pallino dei capelli afro. Non perchè sogni sparatorie tra Crips e Bloods, pantaloni a vita bassa e bandane multicolore condite da denti dorati; sia chiaro, li vorrei semplicemente per risultare elegante.
La coppa di Wimbledon alzata da Ashe

Equazione stravagante, ma facilmente spiegabile.

Definirmi immaturo durante gli anni delle superiori penso fosse e sia molto limitante. Andavo alla scoperta dei primi miti sportivi, delle apparenti storie di nicchia di Sport Week; ero fierissimo dell'omonimia con Gianmarco Frezza. Predicavo qualità di Leo Junior ai miei amici senza neppure averlo visto giocare una singola volta, simulavo falli subiti durante le partite di calcetto a scuola. Vivevo in un mondo al limite tra lo psicotico e l'inspiegabile.

In tutta questa baraonda dell'originale superfluo avevo una fissa, nata per caso.