di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)
"Il genio purtroppo non parla
per bocca sua
Il genio lascia qualche traccia di zampetta
come la lepre sulla neve"
(...)
dalla poesia "Il Genio" di Eugenio Montale, 1971.
Montale non poteva sapere, non poteva riferirsi a Dennis. Questo è certo. Sarebbero passati trentuno anni dalla pubblicazione a quella sera di marzo del 2002. Che penna e che sensibilità straordinaria, però, profonda fino a bucare il tempo e l'inafferrabile sagoma del futuro.
Ci sono momenti nella propria vita, pochi o molti non è importante stabilirlo, in cui il calcio cessa di essere quello che era stato fino a un minuto prima. Accade davanti alla meraviglia o all'angoscia degli istanti più intensi o, a volte, di fronte alla visione di "qualche traccia di zampetta" lasciata da un genio per essere contemplata e conservata, lungo i mesi, gli anni, i decenni. Bastano pochi secondi e niente è uguale a prima.
venerdì 31 gennaio 2014
domenica 29 dicembre 2013
SARÒ ROBERTO BAGGIO - AL VECCHIO PARROCCHIALE
di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook cliccate QUI)
Soffiava un vento freddo lungo il campo
desolatamente vuoto. Cominciava a fare buio e tutto intorno regnava il
silenzio. Il Vecchio Parrocchiale di via Santa Viola dominava tutto
il quartiere. Le finestre dei palazzi che lo circondavano su ogni
lato del perimetro erano tutte chiuse: l'inverno, eh, l'inverno.
Panni stesi a congelarsi e uccellacci grigi appollaiati sui balconi e
sulle antenne della tv. Pietro era riuscito a scavalcare la
recinzione, si era portato il suo pallone di cuoio ed era salito per
le scale che portavano al campo: il suo Tempio. La domenica al
Vecchio Parrocchiale non ci giocava nessuno da anni: il sabato la
società del paese organizzava qualche partita per i pulcini,
durante la settimana gli esordienti venivano ad allenarsi il martedì. Non c'era un
filo d'erba, e grazie al cazzo.
sabato 21 dicembre 2013
"PIRATI A ST PAULI, BANDITI A ST PAULI"
di Gianmarco Pacione
Il calderone di colori sovrasta tutti i sensi, annebbia la vista. Teschi e luci rosse, teschi e strip clubs, teschi e cosce aperte. Scritte tedesche. Profumo deforme, di mare navigato giornalmente. Il sicuro fruscio di gonna usata mi chiama; una spogliarellista sta fumando sul retro d'un locale. Mi osserva avanzare. "Cazzo, il solito italiano rincoglionito" starà pensando spargendo consonanti rudi. Il tacco paga, mi fa sovrastare. Le chiedo dove siamo. Amburgo, zona portuale, risponde.
Dicono che la Reeperbahn calpesti in silenzio la reputazione di Amsterdam, che la capitale tulipana nel confronto diretto abbassi la testa e cambi direzione.
La spogliarellista, Karen, Kraken, Karmen, bah, mi allunga il pacchetto. Incoccia sul mio sguardo fisso a sud, su quel seno senza K, su quell'abbondanza dipinta da un teschio a capo di due ossa incrociate. Inizia qui l'onirico viaggio nel magico mondo del St Pauli fc.
Passeggiando tra marinai ubriachi di lozione femminile, mi ritrovo davanti al Millerntor-Stadium. Prato illuminato, sempre, dai raggi delle insegne erotiche. Illuminato come il chitarrista che strimpella appena sotto la gradinata. Cresta anni '80, ritmo pure. Una cavalcata di punk direttamente nelle vene. Il culto del St Pauli è nato proprio così, da note punk, da un ballo mancino.
Eterni secondi della città fino al più impensabile giro di boa. Anti-nazisti, veneratori del Che. In molti li definiscono come il pubblico più a sinistra del mondo. Non ci vanno molto distante. Dal punk in poi un'escalation di novità epocali: campagne sociali continue per contrastare il razzismo, la violenza sulle donne, l'omofobia. Striscioni con svastiche distrutte, bandiere della pace. Amichevoli solidali con Cuba, mondiali per nazioni non riconosciute ospitati in casa.
Le corde si fermano per un attimo. Anche lui, sul polso, lo stesso Jolly Roger della spogliarellista. "Italiano?" s'accerta indicandomi. "Si". Non serve altro. Le corde tornano a muoversi, le parole anche, nel vento; sono mie, sono nostre però.
"Sull'orlo di una strada una gara di follia
contro il sipario amaro della xenofobia
canti d'agonismo e di emozioni da spartir
di cori lastricati d'incoscienza e d'avvenir
danzano sulla storia di giorni conquistati
figli della memoria, pirati a Saint Pauli
danzano sulla gloria di giorni conquistati
figli della memoria, banditi a Saint Pauli"
A cantarla i Talco, gruppo di Marghera. Strani incroci. Come la sponsorizzazione del '98 griffata Jack Daniel's. Come Littmann, primo presidente dichiaratamente omosessuale della storia del calcio. Come loro, quelle due ossa sotto il teschio, epiteto d'irrazionalità dichiarata.
Strade sommerse da velieri pirati, marinai e prostitute uniti nello stesso coro, senza fiasco di vino in mano, con un drappo librato in cielo. Lassù dove abbraccia il vento, da oltre trent'anni, il Jolly Roger ghignante. Lassù dove sportivamente mai potrà arrivare il St Pauli, società eternamente errante nelle serie minori con qualche picco in Bundes. Lassù, o più semplicemente quaggiù, nella Reeperbahn, dove il disordine è la delizia dell'immaginazione, dove la sinistra sconfina, folle, nella fede mistica legata ad una maglia, ad uno stadio e ad un quartiere, ad un popolo consciamente disperso nell'azzurro del mare dagli orizzonti più aperti.
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| A St Pauli i cori si lanciano così |
Il calderone di colori sovrasta tutti i sensi, annebbia la vista. Teschi e luci rosse, teschi e strip clubs, teschi e cosce aperte. Scritte tedesche. Profumo deforme, di mare navigato giornalmente. Il sicuro fruscio di gonna usata mi chiama; una spogliarellista sta fumando sul retro d'un locale. Mi osserva avanzare. "Cazzo, il solito italiano rincoglionito" starà pensando spargendo consonanti rudi. Il tacco paga, mi fa sovrastare. Le chiedo dove siamo. Amburgo, zona portuale, risponde.
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| Il locale Ritze, uno dei più famosi della Reeperbahn |
Dicono che la Reeperbahn calpesti in silenzio la reputazione di Amsterdam, che la capitale tulipana nel confronto diretto abbassi la testa e cambi direzione.
La spogliarellista, Karen, Kraken, Karmen, bah, mi allunga il pacchetto. Incoccia sul mio sguardo fisso a sud, su quel seno senza K, su quell'abbondanza dipinta da un teschio a capo di due ossa incrociate. Inizia qui l'onirico viaggio nel magico mondo del St Pauli fc.
Passeggiando tra marinai ubriachi di lozione femminile, mi ritrovo davanti al Millerntor-Stadium. Prato illuminato, sempre, dai raggi delle insegne erotiche. Illuminato come il chitarrista che strimpella appena sotto la gradinata. Cresta anni '80, ritmo pure. Una cavalcata di punk direttamente nelle vene. Il culto del St Pauli è nato proprio così, da note punk, da un ballo mancino.
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| Striscioni leggermente schierati ideologicamente |
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| Sezione calda della gradinata |
"Sull'orlo di una strada una gara di follia
contro il sipario amaro della xenofobia
canti d'agonismo e di emozioni da spartir
di cori lastricati d'incoscienza e d'avvenir
danzano sulla storia di giorni conquistati
figli della memoria, pirati a Saint Pauli
danzano sulla gloria di giorni conquistati
figli della memoria, banditi a Saint Pauli"
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| Nel '98 la sponsorizzazione Jack Daniel's |
Strade sommerse da velieri pirati, marinai e prostitute uniti nello stesso coro, senza fiasco di vino in mano, con un drappo librato in cielo. Lassù dove abbraccia il vento, da oltre trent'anni, il Jolly Roger ghignante. Lassù dove sportivamente mai potrà arrivare il St Pauli, società eternamente errante nelle serie minori con qualche picco in Bundes. Lassù, o più semplicemente quaggiù, nella Reeperbahn, dove il disordine è la delizia dell'immaginazione, dove la sinistra sconfina, folle, nella fede mistica legata ad una maglia, ad uno stadio e ad un quartiere, ad un popolo consciamente disperso nell'azzurro del mare dagli orizzonti più aperti.
domenica 24 novembre 2013
TRA QUELLI CHE NON CE L'HANNO FATTA: IL DECLINO DI ADU
di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook cliccate QUI)
Land of opportunity, la chiamano
così. Ed in effetti la Storia ci insegna che gli Stati Uniti hanno
rappresentato per milioni e milioni di persone lungo i secoli la terra adatta a costruire un futuro luminoso, la terra delle rivincite, dei
sogni che diventano realtà: lontana dalle logiche europee, la
cultura statunitense, spesso additata come povera e materialista, si
è fondata (anche) sull'ideale del self-made man, “l'uomo che si è
fatto da sé”, colui che è riuscito a sfruttare il proprio
ingegno, il proprio talento e le enormi risorse del Nuovo Mondo
realizzando obiettivi e raggiungendo mete che, altrove, sarebbero apparse solo come nebbiose aspirazioni. Sono migliaia le
testimonianze artistiche, letterarie, cinematografiche che ruotano
attorno al mito americano ma, ahinoi romantici un po' sadici, quasi nessuno parla, invece, di chi
fallisce clamorosamente. Di chi arriva ad un passo e poi crolla, di chi è vinto dal destino, da chi finisce dimenticato nell'ombra,
assieme alla schiera di “quelli che non ce l'hanno fatta”. Fra le
pagine non scritte che raccontano l'”Altra America” merita una
menzione considerevole anche un ragazzo nato nell'1989 in Ghana, catapultato a otto anni a Rockville, Maryland, grazie ad una green card vinta
dalla madre, uno di quelli che comunemente chiameremmo
“enfant prodige”: il suo nome è Fredua Korateng Adu, meglio
conosciuto come Freddy Adu, e questa è l'impietosa cronaca del suo
sogno sbiadito.
giovedì 14 novembre 2013
UNA BOTTA E VIA. L'AMPLESSO DI MATTEINI.
di Gianmarco Pacione
Se solo potessi tornare indietro.
La testa intontita, stupefatta, è quella d'un tifoso, d'un amante.
Se solo potessi tornare in quel Novembre del 2005, se solo potessi cancellare dalla mente quella strana sensazione. Innamorarsi è bello, bellissimo.
All'epoca ero ancora poco più che bambino, abbagliato da quei gradoni dipinti di bianco ed azzurro, da quella nord gigante, in costante movimento. Era tutta una favola, respiravo la prima cotta abbracciando una sciarpa, seguendo cori trascinanti, lanciandomi in mischie dolorose. Vivevo di fascinazione, alternando le più sensibili, dolci farfalle allo stomaco, a urla becere, ad insulti che traboccavano incontrollati.
Era lavoro duro, durissimo, idolatrare un Cammarata in stampelle, un Bonfiglio scomparso dai miei ricordi di quasi tredicenne (forse grazie a Dio), un Croce esaltante, stranamente troppo.
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| L'esultanza di Matteini ad Avellino |
Se solo potessi tornare indietro.
La testa intontita, stupefatta, è quella d'un tifoso, d'un amante.
Se solo potessi tornare in quel Novembre del 2005, se solo potessi cancellare dalla mente quella strana sensazione. Innamorarsi è bello, bellissimo.
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| Pescaresi presenti ad Avellino per l'1-3 |
Era lavoro duro, durissimo, idolatrare un Cammarata in stampelle, un Bonfiglio scomparso dai miei ricordi di quasi tredicenne (forse grazie a Dio), un Croce esaltante, stranamente troppo.
sabato 9 novembre 2013
QUANDO IL PESO DIVENTA LEGGERO. ODE A SODINHA.
di Gianmarco Pacione (clicca qui per seguirci su Facebook)
"Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo. "
Fernando Botero.
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| Felipe Diogo Monteiro Sodinha |
Le mattonelle sporche. Il terriccio di sempre, forato crudelmente da tacchetti appena docciati. La distinta svolazzante sul tavolo, baciata dal Borghetti del nostro dirigente appassionato di videopoker. Si è attardato per pisciare fischiettando. "Dai su, devi solo diventare un po' più leggero.".
Ricordo impresso, fisso.
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| Sodinha in azione con le rondinelle |
Un salto dimensionale: la rovina di un impero florido, costruito su tap-in a pochi centimetri dalla linea, su rientri difensivi mai accennati. Il braccio su, il fischietto rude, il mio sogno concluso. "Sei un bomber di razza", dicevano: si, di razza dalle ossa grosse. Quella corsa da "pinguino", usata solo per esultare mitragliando alla Van der Meyde genitori scettici, d'un tratto era diventata una costrizione, un freno, un infortunio privo di volto e causa: rientravo senza attenuanti nella categoria dei "ciccioni", lo facevo da plurimedagliato esperto in riso alla pilota e gite a fast food di qualsiasi tipo.
lunedì 28 ottobre 2013
DISCRIMINAZIONE TERRITORIALE: IPNOSI PER L'INETTO SUDDITO
di Gian Maria Campedelli (per seguire Parterre su Facebook clicca qui)
Di romantico, in tutto questo polverone, c'è ben poco. Dove vogliono arrivare, chi ha deciso che il calcio in Italia deve morire? Le note suonano gravi, niente armonia, l'amarezza ristagna, la rabbia si annida sotto la pelle di chi vive ancora per difendere passione e appartenenza.
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