mercoledì 14 maggio 2014

QUANDO I NANI DIVENTANO GIGANTI, O VICEVERSA.

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Facebook clicca qui)

I Gigantes do Norte al completo

Nani sulle spalle di giganti.

Bernardo di Chartres avrà già buttato l'occhio a Belém, la Betlemme brasiliana.

Casimero Ribeiro, soprannominato Wagner Love
In questo chiostro amazzonico tanto lontano dalla Francia, la sua metafora culturale è costantemente trasportata e trasfigurata da undici camisetas verdi, rigorosamente di taglia XXS.

Basta un tocco, basta un dribbling.

Nella tipica serata dal profumo di mango, i Gigantes do Norte (Giganti del Nord) stanno proseguendo delicatamente il loro palleggio. Controlli rapidi per piedi impercettibili, dispersi a colorare, come minuscoli coleotteri, il prato verde.

La sfera viaggia, non si alza mai: è un obbligo, non una regola.

Le falcate sono corte, cortissime, eppure goffamente irresistibili.

Dai pali un braccio alzato spinge le urla per sistemare la barriera. Il guantone chiede due giocatori: se ne presentano quattro.

Un mormorio ancestrale non abbandona gli spalti, accarezza rispettoso il banale materializzarsi d'un qualcosa di unico.

Davanti agli occhi ecco la più originale dichiarazione di conformismo.

La barriera dei Giganti
Nani sulle spalle di nani.

La barriera a cavalcioni, uno sopra l'altro: per occultare lo specchio, per risultare originalmente normali.

Il calcio è anche loro, è anche dei Giganti del Nord, squadra con un'altezza media ben sotto il metro e cinquanta. Nessuna differenza, nessun'anomalia.

I ragazzi di Marcos Martins non sono Crouch o Koller; rivelano sprazzi di talento senza vergogna o timore, con immensa personalità.

Lo fanno in un campo regolare, affrontando rappresentative di giovani locali. Lo fanno sensibilizzando e colpendo rasoterra un mondo esteticamente elitario.

Ambasciatori e sognatori, professionisti impossibilitati ed umani precursori racchiusi in corpi brevi.

Gli sguardo sicuri, l'esultanze dopo i gol, il divertimento nel nascondere il pallone.



Fútbol.


Perchè in fondo, a loro, importa solo gonfiare la rete e soffocare la classica, noiosa risata collettiva.
Perchè in fondo, a loro, importa un cazzo di non poter saltare come Luisao o, anche solo, Maxi Moralez.   


   

sabato 26 aprile 2014

CHE C'È DI MALE AD ESSERE STATO ANDONI GOIKOETXEA?

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)



Che volete che vi dica, amigos? Nel calcio non può mica esistere solo la giocata decisiva, l'armonia dell'assist vincente, la gioia liberatrice della rete segnata sul filo del fuorigioco. C'è molto, molto di più, e io sono l'ambasciatore delle verità scomode.

Chiamatemi come volete: per la mia gente, a casa mia, nei Paesi Baschi, ero “il gigante di Alonsotegi”, che è il posto dove sono nato. Incastonato in una verde vallata, poche anime, un solo santo protettore: il sottoscritto. Tutti gli altri, soprattutto quelle fichette britanniche, amavano dire che io fossi “il macellaio di Bilbao. Vi confesso, sì, che quel soprannome non mi è mai dispiaciuto: il calcio è fatto di gente che corre e gente che rincorre, io sono sempre stato uno a cui piaceva appartenere alla seconda categoria, e che c'è di male? 

Non ammirereste le meravigliose punizioni dei vostri beniamini, non esultereste per un'espulsione rimediata dall'avversario se non ci fossero quelli come me. Quelli per cui il calcio è bello con un po' di sangue, qualche frattura, un sano clima da corrida. I Quentin Tarantino del pallone, splatter e gran figli di puttana. Se chiedete a Schuster e a Diego, sì, quel Diego, vi risponderanno indignati. Tanto rumore per nulla, amigos.

Sono stati gesti spontanei , istintivi e geniali quanto un tunnel, una rabona, un doppio passo. E a voi sono piaciuti. Ammettetelo: quel Diego lì era forte, ma che palle quando un solo protagonista si prende il palco del mondo; non era una questione di gelosia, invidia, vanità. Volevo solo diventare il re dei cattivi, volevo offrire al pubblico un lato oscuro al quale affezionarsi, volevo dare di più a quelli che se ne stavano sugli spalti ad attendere la giocata decisiva. Io ho reso emozionanti anche i più scialbi zero a zero, credetemi. Il più odiato, questo volevo essere, o forse il più amato. Non avevo le idee ben chiare e dovreste sapere che spesso le due cose coincidono, no?

Probabilmente, e lo dico con fierezza ed orgoglio, ci sono riuscito. Anche se i giovani che hanno in mente i macellai di oggi non sanno nemmeno chi sono, colpa anche del mio nome difficile da pronunciare, già, ma che importa? Sono stato il re nei miei anni ottanta, cazzo. E tanto mi basta. Non sono esistiti solo Paolo Rossi, Cindy Lauper, "Ritorno al futuro" e i Paninari in quel decennio maledetto. C'ero anche io. L'ambasciatore delle verità scomode, il diplomatico del dolore con la divisa biancorossa dell'Athletic, la mia squadra, la mia famiglia, nutrita con la ferocia, con la fame, con quell'andare oltre, quel godere delle smorfie disgustate di chi pensava di venire ad assistere ad un balletto russo e invece si trovava spettatore di furiose lotte sanguinarie.

E ringraziatemi, o avreste sbadigliato e buttato i vostri soldi, maledendovi per non averli spesi con qualche puta con cui sciacquarvi l'anima, il sabato sera. Ringraziatemi e amatemi se proprio non riuscite a detestarmi, amigos, e ricordate che se non potete farvi amico il Dio del bene, allora dovrete cercare almeno di allearvi con il Diavolo.
Crack.



sabato 19 aprile 2014

FORESTA SOMALA: IL MOGADISHU STADIUM.

di Gianmarco Pacione (per seguirci su FB clicca qui)
Il Mogadishu Stadium prima del 2013
Scorcio interno con porta
Il centrocampo


Esisteva una foresta sconosciuta.

Rami che ostacolavano vista e cuore.

Armi che sostituivano fumogeni.


 Il tremendo conflitto civile somalo appare ancora oggi sfocato, distante, senza tempo. Non ha appeal o, forse, è troppo complesso da decriptare.

Tasselli religiosi, signori della guerra, CIA. Enorme e segreto calderone di forze e fattori. Esecutori e torturati, assassini e vittime incolpevoli. Tutti senza volto.

Un luogo c'è. Il Mogadishu Stadium è stato per anni il malinconico riflesso d'una nazione scarnificata ed inerme.

Dal '91 l'oblio, il sole nascosto, i muri distrutti, i corpi crivellati.

L'occupazione militare

Negazione d'umanità, negazione del futbol.

Uno degli stadi più belli dell'intero continente nero improvvisamente prestato non a tacchetti e maglie colorate, ma a mitra ed uniformi mimetiche. Vent'anni d'abbandono forzato, tra arbusti e sedie, desolazione e paura.


 Paura. La stessa sensazione che attanagliava ogni ragazzino somalo durante il dominio delle forze islamiche capeggiate da Al-Shaabab. La pelota bandita perchè anti-religiosa, bambini messi al muro per un paio di palleggi, pronti a sfidare la morte per vedere quel cumulo di stracci sferico alzarsi in cielo.

Capre pascolano nella "foresta"
Una nazione divisa tra feudi e clan, vagabondante affamata ed intontita da condizioni irreali. Il governo fucilato interamente e la carestia del 2011 a rendere tutto ancora più disastroso.

Nel 2013, però, la speranza. L'Olimpico somalo viene ristrutturato, gusta di nuovo l'erba, quella curata e dipinta da linee bianche. Assapora la libertà di poter assistere a reti gonfiate, a cori trascinanti sulle tipiche melodie tribali.

Il Mogadishu Stadium come la Somalia, più della Somalia. Primo smeraldo in una foresta oscura, primo passo di riconquista in una terra inospitale.

Perchè il calcio muove popoli. Perchè il calcio segna strade da percorrere. Perchè il calcio dev'essere anche somalo.

Mogadishu Stadium oggi.

lunedì 14 aprile 2014

EROI MASCHERATI. ITINERARIO NEL CARNEVALE DEL FUTBOL. (PT.1)

di Gianmarco Pacione (per seguirci su FB clicca qui)
Rey Mysterio dopo una 619 al Barbera...o Miccoli dopo il gol alla Lazio.


 Pochi sofismi, poco Pirandello. Il fascino della maschera, volto coperto, celato. 

Frutto d’un infanzia esaltata dai vari Tiger Man e Rey Mysterio, Freddy Kruger e supereroi Marvel. Tanto tubo catodico, tante patatine ad assediare il mio inerme appetito e molte diottrie perse per strada. 

Il carro carnevalesco
La maschera, segno d’eclettica unicità. Deve pesare sul volto, pensavo. Deve pesare su sé stessi perdere l'identità, come colti da una sorta d'inebriante droga passeggera, discrezionale.

 Lanciano tutti caramelle, il volume del carro è assordante. Il caleidoscopio di colori e travestimenti non ha tempo e luogo: Rio, Venezia, Viareggio, no. Sono solo, seduto. Impugno stelle filanti e coriandoli. L'odore di vernice m'inebria, il terreno è soffice, sembra erba. Davanti a me un bus gigante senza tettuccio: le casse ai lati, appena sopra le ruote, gridano incontenibili. Volto la testa e per un istante scorgo una porta in lontananza. Linee bianche mi circondano, sono nel cerchio di una metà campo. Il carro davanti a me ha un'andatura lenta e divertita, è surfato da decine di uomini in pantaloncini e scarpe con tacchetti. Che sfilata è, dove sono finito?

mercoledì 19 marzo 2014

L'EPICA E I DEMONI: STORIA DI GARRINCHA (2^ PARTE)

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


Centinaia di tunnel, fumo denso e litri di cachaça. E incanto, gioia, gloria, poesia, fallimento e perdizione. L'irregolare vita del geniale Garrincha non si arresta con la spinta benevola del destino verso il professionismo, anzi. Garrincha piomba sul palcoscenico del calcio brasiliano, non più quello della polverosa periferia del Pau Grande, come un asteroide. Incontrollabile e inarrestabile, si prende la scena ghignando allegramente, sfidando tutto e tutti, solo per il gusto di divertirsi. 

Il provino al Botafogo nella memoria collettiva, lungo i decenni, si veste delle storie più bizzarre. Vengono sfumati i contorni della realtà, e i colori della leggenda si mescolano con la verità. Che poi, a pensarci bene, non c'era bisogno di inventarsi nulla. Perché effettivamente quel provino fu straordinario già di suo. 

Ha diciannove anni, si presenta al Botafogo e dopo il primo giorno (in cui gioca con la squadra giovanile) gli viene chiesto di tornare anche l'indomani. Lo vogliono mettere contro i grandi, contro la prima squadra. Quanto vale davvero questo piccolo angelo con le gambe storte?

Leggenda e realtà si seducono, ballano l'una accanto all'altra per decenni, due donne disinibite che ammaliano gli spettatori assorti: Garrincha gioca la partita da ala destra, a marcarlo c'è Nilton Santos. Nilton Santos è un giocatore vero, sarà soprannominato "Enciclopedia do Futebol", è uno che ha già vestito tante volte la maglia verdeoro del Brasile, un terzino sinistro che resterà nella Storia del calcio. Non importa, Garrincha lo salta per due volte come un birillo. La penna d'un giornalista (assieme alla signorilità di Nilton Santos che smentirà solo molti anni dopo) aggiungerà ai due dribbling anche un tunnel, irriverente e dissacrante, a suggellare lo straordinario esordio. Vezzo fantasioso. La verità, anche senza tunnel, è ancora meglio della leggenda: lo stesso terzino, infatti, pregherà allenatore e dirigenti di tesserare subito l'infernale mostriciattolo sorridente. Temeva di doverlo affrontare di nuovo come avversario e, visti i risultati della partita da poco conclusa, non sarebbe stata per niente una bella pubblicità per l'Enciclopedia. 

Da qui in avanti, parlando della sua carriera professionistica, si potrebbe iniziare una fase di cronaca piatta, incapace di rendere realmente l'idea di ciò che fu Garrincha. Dalla firma del contratto nel 1953 (verrà venduto al Botafogo per 27 dollari, e anche in questo dettaglio ci si trova di fronte tutta la magia della sua vita) impiegherà cinque anni per arrivare sul tetto del mondo vincendo la coppa Rimet assieme al giovanissimo Pelé. La storiografia del pallone ci racconta che fu la Perla Nera l'unico protagonista di quella rassegna: balle. Rivincerà il campionato mondiale anche nel 1962, stella accecante di una generazione di fenomeni, diventando capocannoniere della competizione e venendo nominato come miglior giocatore del torneo. La carriera con i verdeoro lo consacrerà al mondo intero, ma non gli basta. 

Pelé e Garrincha, il primo in maglia
Santos, l'altro in maglia Botafogo
Quando sei Garrincha, essere più in alto di tutti non è sufficiente. C'è sempre una strana forza, seducente e inesorabile, che ti trascina giù, in basso. La tendenza autodistruttiva di Mané non scompare lungo gli anni, non viene attenuata dal successo, dalla gloria e dall'amore che il popolo brasiliano dimostra per lui. Nel calderone della perdizione, durante la sua carriera, ci finiscono gli ingredienti più disparati. Non solo i problemi fisici e l'alcool, di cui Garrincha continua a far uso nonostante il professionismo. A spingerlo oltre i limiti c'è anche l'amore smodato per le donne. Un amore selvatico, quasi primitivo, un amore che non conosce misura. Come in campo, dove non c'è mai un confine oltre il quale non andare, anche nella vita Garrincha decide di lasciare che sia il proprio istinto a condurlo. A 19 anni si sposa, mette al mondo otto figli, intreccia un'altra relazione, altri due figli. Durante una tournée in Svezia, nel 1959, ingravida un'altra donna. A ventisei anni Garrincha ha già undici creature. Con la semplicità di un tunnel Mané sparge il suo seme, senza curarsi di affetti e responsabilità. Vive come se fosse ancora il ragazzino brutto e storto del Pau Grande, il ragazzino senza obblighi, oneri, pronto a sfamare ogni suo appetito.
Elza Soares e Garrincha.
Due anni dopo la stella della nazionale brasiliana conosce Elza Soares e comincia così la più celebre fra le sue relazioni amorose. La vita di Elza Soares è ancor più turbolenta di quella di Mané, e la loro unione diventa benzina sul fuoco di un'esistenza già difficile: inizia in quel periodo la fase declinante della sua carriera, dopo il Mondiale del 1962, fase in cui i problemi di alcolismo di Garrincha diventano insostenibili e si mescolano con le fosche implicazioni politiche del matrimonio con la cantante di Rio de Janeiro e con la totale dilapidazione del proprio patrimonio finanziario.
Probabilmente si può dichiarare che la vita del piccolo mostricciattolo sorridente sia, in quel momento, un disastro. Sono punti di vista. Garrincha ha ottenuto tutto dalla vita. Ha avuto e ha dato. Ha donato al Brasile e al mondo intero la sua arte, la sua naturalezza, il suo talento. Il Brasile se ne è nutrito, e ora l'ha abbandonato nelle mani dei suoi demoni. La sua carriera, dopo la fine della sua storia d'amore con il Botafogo, diventa impalpabile, effimera, quasi inesistente, fino ad estinguersi. Il calcio cessa di essere la cura per la sua vita malata. 


E' persino costretto a trasferirsi in Italia per cercare di guarire da una cronica depressione causata da un incidente stradale in cui morirà, davanti ai suoi occhi, la madre di Elza Soares. Scappa oltreoceano ma non riesce a seminare i propri tormenti: furono quelli probabilmente gli unici difensori arcigni in grado di stargli dietro. Per tutta la vita. Riesce a tornare in Brasile, ma i problemi non finiscono. V'è un turbinio finale di caotici fallimenti, trovando comunque ancora la forza, dopo la fine della relazione con la Soares, di avere una storia con una donna trentunenne. Cacciatore inguaribile e affamato: sarà lei l'ultima donna della sua vita. 

Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta Garrincha è uno spettro incapace di intendere e volere. Viene trascinato dai venti mesti della morte lungo viali senza ritorno, abbandonato, emarginato, senza più niente che lo riesca a frenare. Si accanirà sull'alcool e l'alcool si accanirà su di lui, cento volte più forte, finendolo senza pietà all'inizio del 1983. Nessuna gloria, nessuna acclamazione.
Garrincha muore e muore con lui il sentimento di un calcio così semplice e bello da non poter esistere più. Nessuno restituirà al popolo brasiliano la gioia che Mané fu capace di infondere con il pallone fra i piedi: figlio dell'anarchia, del piacere ludico dell'improvvisazione, il cabarettista del calcio, imprevedibile e geniale, incarna ancora oggi l'essenza del futebol moleque.  Così diverso da Pelè, così lontano da ogni razionalità, così grande e così piccolo. Ma l'uomo storto e difettoso vinse veramente sull'artista sublimemente inarrivabile?

Se, come dice Galeano, "un gol di Garrincha è un momento eterno", allora no, l'uomo storto e difettoso non ha vinto. Al contrario, ne ha completato la grandezza, l' unicità, ne ha perfezionato la leggenda. E' l'umana e profonda debolezza a rendere eterno il momento di cui Mané è custode. Ha dribblato la normalità, umiliato le convenzioni, ci si è fatto sopra una sega, è arrivato sulla vetta più alta ed è caduto come un angelo ribelle, piangendo di gioia. Alla faccia del professionismo, alla faccia di Pelè.


domenica 9 marzo 2014

CLASSE OPERAIA: CRAIG NOONE, IL CARPENTIERE IN PARADISO.

di Gianmarco Pacione (cliccate qui per seguirci su FB)
Noone si riposa vestendo Brighton e nobiltà


L’emozione d’ammirare Steven Gerrard.

Deglutisce Craig Noone, lo fa dall’alto delle sue Timberland usate, controllando il martello nel suo palmo destro, sistemandosi il ciuffo impolverato ed abbozzando un saluto. “Buon allenamento capitano”. “Grazie amico, come va il tetto, in una settimana lo finirete?”.
Noon in borghese a Skelmersdale

Classe operaia.

Ogni picchiettio sulla parete, ogni trave posizionata un ricordo, un’immagine: le lacrime nel letto con i pugni chiusi ad undici anni, rifiutato dall’Accademy del suo Liverpool; le bestemmie e la porta chiusa violentemente a quindici, abbandonato dal Wrexham. Prima i nobili, poi i borghesi, esterno sinistro senza domicilio.

venerdì 7 marzo 2014

L'EPICA E I DEMONI: STORIA DI GARRINCHA (1^ PARTE)

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


Ci sono storie di uomini che sono vere e proprie burrasche. Impossibile afferrarle, comprenderle, farle del tutto proprie. Vanno solamente gustate, per il puro piacere di ascoltare, di immaginare. Ci sono state tante figure mitologiche che hanno reso il pallone un ideale più che uno sport, ma solo una soltanto, forse, racchiude in se stessa l'inferno e il paradiso, da un estremo all'altro, senza soluzione di continuità, tutti gli eccessi giù, in un breve e intenso sorso.