Una coppia però, usciva da ogni vincolo accademico, trascinando il tifoso, esaltandolo.
Emozioni miste a contemplazione, parallelismi soggettivi che cullavano il fanatico romantico, facendolo sentire speciale.
Sto parlando del caso del sottile filo rosso che, circa una decade fa, legava sul prato del Renato Curi due terzini, a modo loro scrittori della storia del nostro calcio. Fabio Grosso e Zè Maria, Zè Maria e Fabio Grosso.
Chiudiamo
gli occhi per un attimo. Ci troviamo in mezzo agli "Ingrifati", siamo
nella curva nord perugina ad inizio ventunesimo secolo. Pioggia
battente, il duro suolo sotto le scarpe, cori veloci, goliardici, che
ben si confanno a questa massa di giovani umbri ammaliati dalle giocate
di un Fabrizio Miccoli agli albori. La pioggia diventa incessante. Lo
sguardo, tra un battimani ed un boato ad un fischio mancato, però, non
si fissa sul Romario del Salento. C'è qualcosa di più affascinante in campo.
L'acquazzone involontariamente, per chi non crede negli dei del calcio,
ha creato un'enorme macchia d'acqua lungo tutta la parte centrale del rettangolo di gioco. Pare una miniatura d'un oceano. Quello che separa un giovane
lungagnone dalla corsa modulare, quasi sgraziata, cha fa tutto con il
sinistro, da un minuto uomo di colore, caratterizzato dalla chioma
gialla che risalta su quella maglia rossa ormai diventata color
fango. Presidiano le fasce in modo differente i due. Il primo riassume
nel suo metro e novanta il concetto di perentorietà. La falcata ciclica, le gambe infinite. Quel mancino delizioso per mezzo del quale,
il ragazzo cresciuto in neroverde a Chieti, farà sognare milioni d'italiani pochi
anni dopo. Sulla destra invece un clinic tecnico con il 2 sulle spalle.
Brasiliano dal passato turbolento in patria, cambi di maglia continui,
simili alle sue perpetue sventagliate, senza il minimo sforzo. Divisi da
tutto, uniti dal calcio di Serse Cosmi. Hanno gamba i due opposti,
macinano chilometri e la mettono in mezzo come pochi prima di quel
momento. Se al posto di un acerbo Caracciolo e di un mestierante Vryzas
ci fosse stato qualcun altro, chissà, magari quelle dolci palle a girare
si sarebbero insaccate con maggiore continuità. Conta poco però l'esito
finale. Il sinistro e il destro che vibrano, in un movimento dolce e
potente allo stesso tempo, due armi sempre cariche, pronte a tracciare
scie nell'aere perugino, pronte ad umanizzare quel grifone disegnato
sulla bianca palla, a farlo volare, a dargli vita con i loro scarpini.Differenti ma simili, due mondi diversi che convergono sotto gli occhi del patron Gaucci.
Simboli intramontabili di tempi passati per la gloriosa compagine umbra, incanalati su due binari apparentamenti inconciliabili, ma sempre vicinissimi, in una continua composizione d'alti e bassi, ai limiti della sinfonia, a formare un meccanismo visivo perfetto.
Opposti, opposti più che mai, opposti che hanno attratto l'immaginario comune. Il 2 e l'11, la scritta "Toyota" sulle loro maglie. Stralci di un passato impossibile da dimenticare, pure dichiarazioni d'immortalità.
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