giovedì 11 aprile 2013

IL LEADER TRA I PALI, RI MYONG-GUK


"Ecco il sole del mattino splendere sopra l'oro e l'argento di questa terra,
Tremila leghe piene di ricchezze naturali.
Mia bella patria.
La gloria di un popolo saggio
Cresciuto in una brillante cultura
Con una storia lunga cinque millenni.
Indirizziamo devotamente i nostri corpi e menti
Per supportare in eterno questa Corea."

L'Achimun Pinnara. L'inno della mia nazione, della mia terra, dei miei avi, mio. Stringo forte i guantoni. 54331...54331 persone in piedi, in silenzio, rispettose. Come ci sono arrivato qui? Sono un signor nessuno.  Eppure sotto la felpa sento, percepisco a malapena il numero stampato, il mio nome. Ri Myong-Guk, si, il portiere del Pyongyang City. Mi conoscete? Avete mai visto qualche mio intervento? Sto sudando, sto tremando.


I bambini davanti a me non ci guardano. Conosco quell'espressione. Ce l'ho anch'io, solitamente, quando passo sotto il Ryugyong hotel. Faccio finta di non notare quella gru all'estremità, ferma da vent'anni, come un picchio che non riesce a scalfire il legno, come un messaggio di magnificenza stantio nell'apice della capitale. Miro altrove, il Palazzo del sole di Kamusan, la casa del Leader. Anche i ragazzi che stendono la nostra bandiera sono fissi verso i loro eroi, verso i campioni "veri", quelli dall'altro lato. Mi volto anch'io, per un istante. Julio Cesar non sta stringendo i pugni, mastica semplicemente un chewing-gum. Capello sistemato, fisico scultoreo, espressione spensierata. Scalcia il vuoto roteando il collo, saluta qualcuno sugli spalti, sorride. Ma come fa? Come può?
I nordcoreani all'esordio in Sudafrica, durante l'inno

Chissà quanto lo pagano per giocare. Chissà se ha un altro lavoro. Chissà quanto si allena. Vorrei che si girasse, che mi guardasse. So che è forte, molto forte e che gioca in Europa. L'ho visto più volte ieri in tv che in tutta la mia vita. Di me neppure l'ombra. Desidero, quasi irrazionalmente, i suoi complimenti per il mio miracolo contro l'Arabia Saudita. Sicuramente avrà visto quel mio intervento, la mia mano distesa sulla sinistra a cercare l'infinito, ad indicarci la via verso il Sud Africa. Niente. Nessuna risposta.

"Glorifichiamo in eterno questa Corea,
Illimitatamente ricca e forte."

54331. Ma cosa sapranno? Siamo i soli a cantare l'inno: nello stadio e nel mondo. A casa nessuno ci guarda, nessuno ci tifa. Parenti, amici, connazionali. Brancolano tutti nella completa ignoranza. Noi non siamo a Pyongyang, siamo ai Mondiali, punto. Sarà il regime a mostrare le partite, se lo riterrà opportuno. Già perchè il calcio a casa nostra non è uno spettacolo. Lo definirei più come un atto di propaganda. Il Leader l'ottimizza così, per il nostro bene. Ci ha sempre detto di non parlare a nessuno delle nostre sconfitte, per la gioia comune.

L'undici che sconfisse l'Italia nel '66
L'ho capito dopo anni, all'esordio con la nazionale. Strano, mi dicevo, trasmettono solo le partite che vinciamo. Mio padre pensa che io sia imbattibile, insuperabile. Prima di partire, nella cena di famiglia, il nonno mi ha detto: "Voi si che siete una squadra forte, altrochè quella del '66. Se lo sono meritati il trattamento dopo i mondiali.". Già, perchè loro, quelli del '66, erano finiti tutti in campi di lavoro. Loro avevano vinto 1-0 con l'Italia, ma si erano fatti segnare cinque gol dal Portogallo di  Eusebio, mi pare si chiamasse così. Il Grande Leader era furioso non tanto per la sconfitta, quanto per i festeggiamenti in seguito alla prima, incommensurabile impresa. Le birre al pub, l'ubriachezza, gli eccessi. Uno sputo in faccia al socialismo reale. Un voltare le spalle a ciò che ci crea e accompagna per tutta la vita. Lasciamo queste debolezze a quelli del Sud, agli americani, ai giapponesi. Tanto poi sono sotto gli occhi di tutti noi i risultati delle loro vite sregolate. Nessuno li ha mai visti vincere in televisione, perdono sempre. Sempre. Che sia propaganda anche questa? Non credo, non può essere.
L'allenatore Kim Jong-Hun

Il mister è l'unico a degnarci d'attenzione. Ci scruta in piedi, rigido. Mi ricorda il Leader. Ieri tutti i giornali parlavano del nostro ct. Sarà stato a causa della conferenza stampa. Io ero in disparte, ad ascoltarlo. Quante differenze tra il suo volto tirato, inespressivo e quello di Dunga, rilassato, luminoso. Tutte domande politiche, come se fossimo un Paese, una squadra diversa dalle altre. Il caro Leader ci ha messo in guardia dai giornalisti anti regime, ci ha ordinato di non ascoltare le voci di coloro che non vivono nella nostra Repubblica Popolare Democratica, di non cadere nei loro sporchi tranelli. Vogliono boicottarci, vogliono solo gettare fango sulla nostra nazione. Noi siamo i migliori.

" Korea, Korea, Korea!". Ma cos'è questo coro? È per noi, ci tifano. Ah già. Ce l'aveva detto ieri Chol Yok. Il leader ha pagato mille cinesi affinchè venissero a sostenerci, fingendo d'essere coreani. Perchè non ha pagato il viaggio a mille connazionali veri? Mah.

Jong Tae-Se in lacrime
Voglio vedere chi siamo in questi ultimi secondi d'inno, voglio capire se siamo pronti. Lascio Julio Cesar e il mister. Con gli occhi mi dirigo a destra. I miei compagni, i soldati al mio fianco. Ma cosa fa Tae-Se? Perchè ha le mani davanti agli occhi? Sembra coprire una smorfia. Insolito ragazzo, cocciuto. Ho sentito che lo chiamano il "Rooney del popolo". Ma lui tante cose non le sa. Non è nato in patria ma in Giappone. Ha vissuto sempre lì, nelle comodità, nel lusso, nel superfluo. Quando viene in ritiro e tira fuori il cellulare siamo tutti increduli. Nessuno di noi ce l'ha. Poi lui è un professionista, viene pagato profumatamente per giocare. Mi domando cosa se ne faccia di tutti quei soldi. In comune con noi ha solo la maglia che veste ora. Eppure perchè piange? Sarà emozionato, starà ringraziando devotamente il Leader per avergli dato la possibilità di servire il nostro grande Stato. Starà pensando ai 54331. Singhiozza.


L'ultima nota è suonata. Vado ad abbracciarlo, si sta ancora portando la maglietta sugli occhi.

"Lo so Tae-Se. Versa le tue lacrime su questa bandiera. Siamo fortunati ad essere discepoli del Leader e del monte Baekdu. Sii grato, sfogati."

Ma lui non ricambia, mi fissa stranito. Le sue parole mi colpiscono, sferzanti, irriverenti. Sono frecce che centrano dritto il mio cuore e la mia mente. Sensazione d'appiattimento, d'assenza di riferimenti, d'incredulità.

Cartellone di scherno esposto durante la gara
"Ma cosa dici Myong. Possibile che non capisci per cosa piango? Ci prendono in giro, tutti. Noi siamo uno scherzo. Siamo arretrati anni luce rispetto alle grandi nazioni. Lo capisci questo? Non abbiamo libertà, siamo dei manichini al servizio di un ideale che ci sta accompagnando lentamente ed inesorabilmente verso la rovina e la miseria. Dimmi, sai cosa vuol dire abitare in una casa con più di cinque stanze? Fare una vacanza? Hai la minima idea di cosa significhi essere a conoscenza di quello che succede all'esterno dei nostri confini, senza filtri, senza la manipolazione del governo? Per tutto ciò piango, perchè solo in manifestazioni come queste possiamo capire e far capire ciò che dovremmo essere e ciò che siamo. Le mie lacrime sono di rabbia, non di gioia, tantomeno di devozione. Per questo sfogo domani tutti m'incenseranno come il "pupillo del leader" e io non potrò dire niente, altrimenti rischierei la vita senza trovare l'appoggio di nessuno di voi. Sveglia Myong. Sveglia. Devono svegliarsi tutti, pensare con la loro testa. Gli Usa non sono un popolo d'idioti. Il Giappone è l'avanguardia, non un Paese di trogloditi. La Corea del Sud si sta creando un futuro, mentre noi non facciamo altro che applaudire a proclami fittizi e a dichiarazioni pesanti ai danni di nazioni contro cui non potremo mai sostenere una guerra alla pari. Non lo capisci? Il problema siamo noi, non gli altri. Il problema è il leader e tutto ciò che sta attorno alla sua figura."

Ma che dice? Sento il cuore che batte all'impazzata. Della partita che devo giocare quasi non ho ricordo. Falsità, tutte falsità. Però, a pensarci bene...qui in Sud Africa è tutto diverso, eppure non è nemmeno l'Italia, la Germania, la Francia. Già questo sembra il Paradiso. Il lavoro è concepito diversamente, i calciatori sono idolatrati e pagati. Ci sono i computer, c'è internet. Poi i ristoranti. La cena di ieri in hotel è stata fantastica. Di tre portate, tre! Ascoltano il pensiero di tutti, ho visto Mandela, neanche sapevo chi fosse. Che sia questa la vera democrazia?

Fischio d'inizio. Il mio completo è diverso da quello di Julio Cesar. Estremi opposti. Ho i pantaloni lunghi tra i pali, come sempre, fin da piccolo. Non me ne hanno mai dati di diversi. I guantoni sono consumati, nessuno di noi ha dei capelli particolari. Sembriamo tutti uguali, un unico ammasso rosso di banalità. Tutti fanno le stesse cose in campo, dal terzino alla punta. Non siamo come loro. Giocano, si divertono, fanno i numeri. Non hanno peso sulle spalle, non sanno cosa voglia dire veramente rappresentare una nazione.Ostenatano le loro iniziali ricamate sulle scarpe, quasi non potessero fare a meno d'apparire unici, diversi dagli altri. Una squadra d'individualità. Collettivo d'egoismo. Mancanza d'umiltà che non può portare ad altro che una vita sconclusionata.

Tae-Se si sta lamentando con il guardalinee, poi con l'arbitro. L'unico dei nostri. Borioso. Lo sapevo. Ma cosa mi ha messo in testa quel viziato? Abbasso il volto. Come ho potuto anche solo pensare certe cose? Ora ho capito, è solo un destabilizzatore mandato dal Giappone. Non è dei nostri. Vuole solo inculcare strane idee nelle menti di noi tutti. Ecco perchè il Leader inizialmente non voleva concedergli la nazionalità. Anche questa volta non si era sbagliato.

Mi riprendo, colpisco forte le guance. Che bella la nostra bandiera, che belle le nostre divise rosse che irradiano il campo. Siamo un battaglione. Difendiamoci amici, difendiamoci soldati. Come sempre, noi siamo nordcoreani, siamo tutti fratelli e figli del Leader. Non siamo banali, siamo ciò che rappresentiamo. Difendiamoci dal nemico, non abbassiamo la testa.

"Hai capito Tae-Se?"

"Che vuoi?"

"Non parlare con arbitro a guardalinee. Noi siamo la Corea del Nord, non siamo i tuoi amici giapponesi, tienilo bene a mente. E vedi di sputare sangue, di lottare per questa maglia, per questi colori. Devi dare tutto per la nostra nazione, hai capito? Altrimenti sarò io a farti piangere di fronte al leader."



 il miracolo di Ri Myong-Guk che regalò il Sud Africa ai nordcoreani (minuto 08.47)

 le lacrime di Jong Tae-Se durante l'inno coreano


Gianmarco Pacione


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