lunedì 16 marzo 2015

APOLOGIA DI UN FETICISMO: LE RETI DELLE PORTE DA CALCIO

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI


So per certo che esistiamo. Da Nord a Sud, ad ogni latitudine, ad ogni longitudine. Ovunque. Una specie di congregazione su scala mondiale, senza statuto, senza organigramma, senza ruoli o interessi. Egualitarismo allo stato puro, con sfumature che coprono tutto lo spettro della luce, tutti uguali e ognuno diverso dall'altro. Feticisti. Siamo feticisti da una vita, ma una specie di feticisti impossibile da imbrigliare in qualche categoria da sito porno. Noi siamo i feticisti del dettaglio estremo, ultimo, marginale eppure così concreto, reale, inesorabile. Da chi segue il calcio professionistico fino all'ultimo patito del Subbuteo.

Palla nel sacco al Louis II di Monaco.
Ossessionati dalle reti di una porta quasi quanto dalle gambe delle donne. Perché un gol è bello per davvero se e solo se la palla si insacca come vogliamo noi. Da bambino i gol dell'Arsenal e dell'Ajax erano sempre i più belli. Ed il motivo è semplice: ad Highbury e all'Amsterdam ArenA c'erano le reti più belle del mondo. Tese, eleganti, esaltanti. Con i paletti di sostegno pronti a far impennare i tiri rasoterra. Un orgasmo infinitesimale che valeva tutta l'attesa di una settimana. E poi quando i microfoni riuscivano anche a cogliere i rumori... ah, quella sì che era libido.

Una porta inglese. 
In Italia abbiamo avuto per molti anni reti molli e spente che ricordavano lenzuola appese ad asciugare. Esistevano comunque le piacevoli eccezioni: il Delle Alpi e Udine, ad esempio, che a lungo ha ricordato il modello tedesco. Perché di modelli, come in una scienza, è giusto parlare. 
Le reti delle porte da calcio sono un fatto di cultura nazionale: l'eleganza inglese, la pittoresca passione per i colori delle squadre francesi, la rigida durezza delle porte della Bundesliga, talmente tirate e fitte che parevano gabbie d'acciaio. E della Spagna è il caso almeno di citare l'esempio di Saragozza: reti così lunghe e profonde che per toccarle con la palla dovevi per forza tirare una cannonata. Iniziavano a La Romareda e finivano a Pamplona. Un vezzo latino col suo perché.

La Romareda.
A me che uno stadio sia bello e funzionale al business che circonda il mondo del calcio non frega un cazzo. La muffa e il grigio rendono certi luoghi oasi magiche entro cui respirare l'odore del passato. Non mi interessano luccichii e ristoranti, cheerleader e Ligabue dagli altoparlanti durante il riscaldamento. Voglio soltanto perdermi nella confusa dinamica d'un gol, in attesa del momento in cui la palla abbraccia il sacco. Sono un feticista delle reti, declinazione dell'amore per l'estetica del gioco. Che, per gente come noi, sta nelle cose a margine, quelle che non attirano soldi e sponsor, ma ti fanno semplicemente stare bene. Senza una spiegazione logica.

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